Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: giugno 2020


racconto domenico talia

cane e padrone

Un racconto di Domenico Talia
Numero di battute: 2373

“Rispetta u cani pe amuri du patruni.” Per i settentrionali la traduzione recitava: “Rispetta il cane per amore del padrone”. Traduzione letterale e sincera ma da sola non bastava. Nessuna traduzione da sola è sufficiente se vuoi capire cosa aveva in testa chi, prima di dirla, una frase l’ha pure pensata. Specialmente se l’ha pensata bene e soltanto dopo se l’è fatta scendere in bocca. “Rispetta u cani pe amuri du patruni”. Sì, il principio possiamo dire che va bene, ma anche il cane ti deve rispettare se il padrone gliel’ha insegnato. Se non ti rispetta, è un po’ anche colpa del cane, ma soprattutto la colpa è del padrone.

Nino a guardarlo era un giovane uomo come tanti. Qualcuno poteva notare i suoi occhi profondi. Era calmo, parlava sereno. Nulla di strano, quante migliaia di uomini erano così? Nino ti uccideva con il sorriso sulle labbra. Era serio, preciso, svelto. Non voleva impensierirti, men che meno terrorizzarti.

«Nino ti uccideva
con il sorriso
sulle labbra.»

Quando entrò nel magazzino, Peppe lo accolse come un amico e Nino un amico era. Amico anche di Peppe. Oltre agli occhi profondi, Nino aveva un padrone che col passare del tempo aveva imparato a rispettare. Da uomo serio e preciso, a volte lo rispettava più degli amici.

Peppe il cane non lo aveva rispettato, né per amore del cane, né per amore del padrone. Aveva sputato in faccia a Marco, lo aveva abbuffato di schiaffi e pugni e lo aveva lasciato a terra mezzo svenuto. Proprio come un cane. Lo aveva fatto perché quella bestiola di Marco era un ladruncolo che poche notti prima era entrato nel suo magazzino e la mattina dopo tante cose erano mancate. Lui aveva negato, ma tutti sapevano che era ladro e bugiardo. Però, purtroppo, Peppe aveva sottovalutato un dettaglio. Si era dimenticato che il cane va rispettato anche per il suo padrone e Marco era un sottopanza con un padrone importante. Padrone serio e pesante che in quel caso non si sarebbe voluto alleggerire. Infatti, per evitare di perdere peso chiamò Nino e gli disse di Peppe.

Peppe quella mattina era entrato vivo nel suo magazzino, ma qualche ora dopo ne uscì morto. Non un morto freddo, stecchito. Un morto a sangue caldo che ancora camminava con le sue gambe. Ma questo suo essere ancora caldo e quasi in piedi non diceva molto, anzi era una mistificazione. Nino lo sapeva già. Peppe se ne accorse pochi secondi dopo. Gli altri lo vennero a sapere il giorno seguente.

bio domenico talia

Domenico Talia è docente di ingegneria informatica all’Università della Calabria, ha pubblicato alcune raccolte di racconti, collabora con Nazione Indiana e con quotidiani.

racconto caterina bonetti

da quando non ci sei

Un racconto di Caterina Bonetti
Numero di battute: 2483

«Non dovresti bere in questo modo, sei ridicolo e ti fa male al cuore.»
Cosa vuoi da me? Cosa diavolo vuoi ancora tu, che mi hai lasciato?
Salgo le scale aggrappato al corrimano, il fiato che si accorcia.
Chiudo la porta di casa alle mie spalle. Ho girato il chiavistello?

Il cane mi corre incontro, mi annusa, si allontana rinculando, zampa a zampa, come se avesse visto un fantasma. Sfilo le scarpe con un movimento secco punta-tacco: ho bisogno di un bicchiere d’acqua.
«Vedrai domattina.»
Scanso le parole come se fossero zanzare.
Hai altro da aggiungere?
Il tappeto del soggiorno è morbido sotto i miei piedi e mi lascio scivolare in basso. Ho sonno, molto sonno, chiudo gli occhi giocando con la mano con i peli del tappeto.
Come facevo con i tuoi ricci, ricordi?

Mi sveglia la lingua del cane, la puzza di pesce andato a male. La sveglia segna le quattro e venti, mi formicolano le piante dei piedi.
Chi lo dice che quando crolli fiaccato dal bere ti addormenti in pace, per svegliarti solo sul mezzogiorno con un tremendo mal di testa?

«Mi sveglia
la lingua del cane.»

Il cuore corre veloce e non riesco a frenarlo.
«Se tu avessi seguito il corso di yoga che ti avevo consigliato…»
Provo con le tecniche di rilassamento: le mani sull’addome, sollevo pancia e spalle, riempio i polmoni senza trattenere il fiato. Inspiro lentamente, faccio fluire il respiro. Ma come proseguiva?

Il cuore non rallenta, fa molto caldo: scosto la trapunta, non so come, ma sono nel mio letto. 
La maglietta è pulita, sollevo un braccio che sa di bagnodoccia. Il profumo mi culla e quando riapro gli occhi sono le sette del mattino. Afferro il telefono sul comodino e cerco fra le foto.
L’angolo di un marciapiede di via Pisacane, 23.10, l’insegna sfocata della panetteria di via Viotti, 23.34, il portone di casa, 00.46. Quando tutto sfugge al controllo lascio dei sassolini lungo la strada, per ritrovarmi.

«Che pena mi fai. Ancora a cercare di mettere insieme i pezzi, alla tua età.»
Se solo tu non mi avessi lasciato solo.
Il tempo fra gli scatti mi rassicura: non posso aver fatto nulla di male. Richiudo gli occhi.
Mi sveglia il profumo di caffè e una voce.
«Dài, tirati su, vieni a fare colazione.»

Mi guardi dall’alto, appoggiata allo stipite dalla porta. Non puoi essere tu, odiavi fare colazione, non la preparavi mai.
La ragazza porta la fede che avevi al dito, che ho al dito.
«Pensi di restare a letto tutto il giorno?»
Sotto le mani sento ancora i tuoi capelli, ma non riesco ad alzarmi dal pavimento.
«Sono felice che tu sia tornata.»

bonetti caterina

Caterina Bonetti (1984) vive a Parma, scrive per Gli Stati Generali ed è autrice di una monografia sull’attrice settecentesca Elena Balletti (Dell’Orso 2014). Ha partecipato alla stesura del Repertorio dei matti della città di Parma (Marcos y Marcos 2016, a cura di Paolo Nori) e alcuni suoi racconti sono apparsi o appariranno su Radici posterzine e Risme.

orsi gabriele racconto

fiore

Un racconto di Gabriele Orsi
Numero di battute: 2291

Ecco, insomma, alla tipa agganciata su Tinder, sempre lei, la stessa che mi fa rivoltare e accartocciare l’intestino per la sua irritante, nevrotica caccia al sublime a mezzo di un deprezzamento fisico ed emotivo che con compiacimento e filosofia commette su di sé e allo stesso tempo rivolta su di me, a lei insomma ho dichiarato la mia verità, più che altro per non sembrare da meno.

Approfittando di uno stallo della conversazione mi sono guadagnato il mio spazio con un languido Sai… e da lì ho rovesciato il mio segreto, l’ho stramazzato sul display accanendomi sulla tastiera, i pollici andavano a velocità fotonica e infilavano una dietro l’altra battute brevi e acrobatiche ma precise, lessico selezionato – parole con quattro sillabe o più che accostino suoni liquidi, nasali, fricativi ed esplosivi, tipo Maramaldeggiando, che fa sempre la sua figura – fino a chiuderlo con l’estrema unzione della dialettica, l’interrogazione per cui o sei dentro o sei fuori, e cioè Mi capisci?

Un sospiro lungo, un po’ di tremarella, gli occhi appallonati. Lei di là dallo schermo ha pazientato con strategia, io ero gonfio di me, L’ho stesa, ho pensato, L’ho fatta secca. Ma lei – colpo di scena – se ne esce con un: Ma dài (faccina commossa).

«L’ho stesa,
ho pensato.»

Io non mi faccio scoraggiare. Magari adesso due paroline in più me le dice, penso. Aspetto uno due tre minuti. La mia confessione, del resto, merita un riconoscimento. Quattro, cinque. Se non altro per la bontà dell’esposizione. Sette, otto. Cristo santo, non vedi con quanta verità t’ho sbattuto in faccia la mia animetta profonda? Nove dieci undici. Niente. Sento sopraggiungere il senso pieno del fallimento.

Risalgo la conversazione per scovare l’errore, un refuso, una contraddizione, vedi mai. Ma era tutto perfetto. Senonché – intanto ero via via sprofondato nel mio buio e avevo realizzato, nello slancio di genio innescato dallo sconforto, la consistenza del nulla – lei dopo dodici minuti che ero lì a friggere ecco che ha lanciato una bomba off-topic, il colpo di grazia, che più o meno suonava così: Non sarai mica di quelli che si fanno la doccia di sera per guadagnare tempo la mattina, vero? E a questo punto, che poi è stato un attimino solo, m’è venuto il dubbio che quella vecchia faccenda non avesse per davvero nessuna importanza.

orsi gabriele bio

Gabriele Orsi (1991) è nato e cresciuto a Roma, dove si è laureato in Filologia Moderna e lavora come professore di Lettere. Ha pubblicato un romanzo, Ali di piombo (Armando Curcio Editore), e una biografia sportiva, A mani nude (Ultra Sport). Un suo racconto è in corso di pubblicazione su Salmuria.

carolina
crespi

Carolina Crespi è nata nel 1985 a Busto Arsizio (Va) e ha studiato Filosofia a Milano, dove vive e lavora. Insegna italiano in una scuola media, collabora con l’agenzia Leftloft e con la rivista di cinema e televisione FILM TV. È socia fondatrice del Circolo ARCI Gagarin.

Ha pubblicato due raccolte di racconti, Quello che mi rimane (Giraldi 2008) e Il futuro è pieno di fiori (NoReply 2012). Un suo racconto è incluso nell’antologia Quello che hai amato (Utet 2015), curata da Violetta Bellocchio. I suoi racconti sono apparsi su numerose riviste.

malagoli lisa racconto

fortuna

Un racconto di Lisa Malagoli
Numero di battute: 2472

«Che ne dice se la chiamo Lella?» aveva chiesto il dottore a mia nonna e lei aveva risposto con un no secco.
«Bene, allora la chiamerò signora Fortuna.»
La mia infanzia è stata puntellata da episodi come questo. Mia nonna rideva e se ne infischiava mentre io mi vergognavo e basta. Iella. Ero la nipote della Iella.
«L’ha scelto mio padre quel nome» mi aveva detto. «In Jugoslavia c’era una ragazza che si chiamava così.»
«E che ci faceva là?»
«La guerra. Cos’altro vuoi che abbia fatto in un paese che non esiste più?»
A me non lo toglie dalla testa nessuno che lui, quella ragazza, l’amasse.

Quando lo vidi per la prima volta lui stava bevendo un pessimo caffè seduto in aula magna. Una brodaglia scura, come quella che vedevo ogni giorno al mio risveglio. Vivevo vicino alla foce del fiume a quel tempo perché non potevo permettermi neanche una stanza allo studentato universitario. Ogni casupola aveva la sua barchetta azzurra ormeggiata davanti, che oscillava fra le canne palustri.

«Ero la nipote della Iella.»

«È zona di turismo, sa?» mi aveva detto l’agente immobiliare. In realtà era solo un luogo in cui tutti parlavano al presente. Io ero l’unica a far riecheggiare l’aria di farò, andrò, diventerò. Erano persone che lanciavano le reti all’alba e leggevano la Bibbia. Un giorno una donna mi lesse una frase che a suo dire svelava l’essenza stessa della vita. Ad ogni giorno basta il suo affanno. Fui delusa nello scoprire che non ebbi alcuna grande rivelazione.

La prima volta che uscimmo a cena non gli dissi dove abitavo. Ero bella e giovane, e questo mi dava un vantaggio. E poi c’era quel nome che gli stonava addosso. Isidoro. Dalla sua, poteva contare sul fascino e i riconoscimenti accademici. Combattemmo per mesi, come si fa all’inizio di ogni normale relazione, per stabilire chi di noi avrebbe avuto il predominio sull’altro, e io fui quasi sul punto di arrendermi. Fu solo quel nome a salvarmi, quel nome che lo rendeva imperfetto. Nella mia testa lui diventò prima Carlo, poi Giorgio, e poi qualcosa che non ricordo fino a che, un mattino, la sua barba mi fu del tutto estranea.

Poco tempo dopo mia nonna venne a trovarmi. Ci sedemmo davanti al fiume con lo sguardo impigliato fra le maglie delle reti. Le raccontai della frase della Bibbia e lei mi confermò che lì è nascosto il senso della vita. Io sbuffai.
«Nonna. Ho lasciato andare una persona che amavo.»
«È un difetto di famiglia, cara.»
«Nonna?»
«Sì?»
«Me ne devo andare da qui.»
«Ce la farai. Sei o non sei la nipote della Fortuna?»

malagoli lisa

Lisa Malagoli (1986) è nata a Carpi, è laureata in Lingue per la Promozione delle attività Culturali ed è professoressa di Inglese. Ciò che ama di più è il racconto breve ed è affascinata dal minimalismo. Legge da sempre, scrive da un paio d’anni. Vive a Modena.

michele burgio racconto

la ciunna di ulivo

Un racconto di Michele Burgio
Numero di battute: 1627

Ero andato a cogliere fraccoche alla terra rossa. Ero quasi a quello che chiamano l’albero di zu Alongi, perché dice che verso la fine della guerra i tedeschi ci hanno sparato uno del paese. Mentre mi avvicinavo, ho sentito un lamento accuttufato, che pareva un pianto di cuore.

Un gattu stava appinnuto per il collo ad uno dei rami più bassi. Era uno, ed era nico. Loro invece erano tre. Un picciutteddro della cricca teneva in mano un bastone di canna leggera. Detto così pare che non fa male, ma io lo saccio che dipenne con quanta forza cafuddri. E cafuddrava.

Lu gattu si arravugliava tutto, come un filo del telefono, e chianciva che faceva arrizzare i peli delle braccia. A ogni vastunata, chianciva più forte. E gli altri due che arridivano. Uno spettacolo piatuso, che mi venne di fare una cosa sola.

«E cafuddrava.»

Arricolsi da terra un poco di pietruzze puntute, e mi ivu ad ammucciare dietro un muretto basso. Mi misi raso raso che non mi potevano vedere nessuno. Con la mia ciunna di rama d’ulivo iniziai a mirare quelle teste di minchia. Sì, le teste.

La prima pitrata era giusto che la tiravo al pezzo di fango col bastone, e così feci. Pppam! Quello stordì. Mentre gli altri due gli taliavano la testa insangata… Pppam! Pppam! tirai pure a loro. Un cecchino sono. Ora a torcersi erano quei gran cornuti.

Quatto quatto come ero venuto, me ne sciddricai veloce per tutta la lunghezza del muretto e mi misi a correre in mezzo agli alberi. Le teste di minchia rotte si misero a cercarmi, chi di qua e chi di là, ma io ero già lontano.

Quando fu buio e tornai all’albero, il gatto era ancora vivo, ma le fraccoche non si vedevano più.

burgio michele

Michele Burgio (Palermo, 1982) si è laureato in Lettere e per dieci anni si è occupato unicamente di ricerca scientifica. Adesso si guadagna da vivere raccontando la letteratura agli adulti. Scrive da sempre, ma solo da un paio d’anni lo fa in libertà.