Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: settembre 2019


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il discorso

Un racconto di Luca Iori
Numero di battute: 2357

Il Discorso Lucio gliel’aveva fatto con poche parole secche, e l’aveva finito così: «Tu adesso vai a casa, anche per un mese, se ti serve. Quando torni devi essere a posto, altrimenti ti caccio». Era alto, grosso, senza neanche un capello bianco. Due mani enormi, da contadino. Nel fine settimana andava ad arare i suoi campi, ed era l’uomo più felice e innocuo del mondo. A casa era la stessa persona placida che osservava le zolle di terra smosse, dall’alto di un Landini quattro cilindri.

Ma dal lunedì al venerdì, Lucio Bianconi era il direttore di stabilimento delle Officine Meccaniche Pilastri. La pressione arteriosa saliva, il tono della voce si comprimeva. Era stato scelto per i suoi modi, bruschi ed efficaci. Li aveva appena usati con Filippo durante il Discorso, anche se era uno dei suoi, uno che gli aveva sempre obbedito come un cane.

«L’infallibilità porta in dono
i suoi privilegi.»

Il lavoro di Filippo non era complicato: recepire i cambi di priorità dell’Unico Grande Cliente, e trasmetterli alla produzione. Riordinare i fogli appoggiati sui pallet delle macchine a cinque assi, stampare i documenti, sollecitare i ritardi. Bisognava essere precisi e insensibili; attenti ai cambi di esponente sui disegni, indifferenti alla noia. Ogni pezzo aveva almeno tre nomi: il codice identificativo, la descrizione tecnica, e il modo in cui veniva chiamato in officina. Due in bella vista sugli ordini, l’ultimo oscuro e inaccessibile ai non iniziati.

Tutti sapevano delle medicine. Riguardo al resto, non c’erano mai stati problemi. L’infallibilità porta in dono i suoi privilegi. Filippo li aveva persi in novembre, mentre il capannone era circondato dalla nebbia. Una minuzia, un tre letto prima di un due. Poteva capitare a tutti, invece era successo a lui, che aveva il fiato dolce all’anice e lo sguardo acquoso. La seconda volta si era giustificato con la voce impastata, troppo profonda. Quelli della finitura avevano detto in giro che ormai cominciava a bere dalla mattina. Così, dopo il terzo errore, Lucio gli aveva fatto il Discorso, e poi era passato un mese.

Alla fine dell’esilio, ho visto Filippo entrare dall’ingresso principale, rasato e ben vestito. Molti sapevano già come sarebbe andata a finire. In un paese nessuno riesce davvero a nascondere le cose. Io ero al centralino, stavo sistemando un computer. Ho sentito l’odore del suo dopobarba, e quello più forte del ginepro.

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Luca Iori (1983) è nato a Reggio Emilia, dove vive. Si è laureato in Filosofia, ma lavora come tecnico informatico. Ha pubblicato un racconto nell’antologia Sjette dell’associazione Tapirulan.

 

racconto laura minetto

balconi senza piante 

Un racconto di Laura Minetto
Numero di battute: 2481

Cammina a passo svelto, la testa incassata nelle spalle come avesse sempre freddo, o cercasse in sé un riparo. Del trasloco nell’attico di fronte al mio si era occupata la moglie, aveva gestito il gran viavai in certi pomeriggi allegri, porte sbattute d’ascensore, mobili strascicati nell’androne. Li invidiavo: avevano un inizio.

Feste fino a notte fonda, e il sabato – li guardavo dallo spioncino – tornavano dalla spesa con le guance arrossate dal freddo e le mani screpolate. Lei rideva agitata, così lontana dai modi di lui, posati e oscuri, gli occhi fermi su parole segrete e impronunciabili; forse congelate dal giorno del volo dalla finestra, a undici anni, attutito per caso dalla tenda di sotto. In famiglia avevano preferito non parlarne mai, come la fuga temporanea di un bambino capriccioso con due fragili ali.

Ora lo vedo uscire la mattina presto, mentre bevo sul terrazzo il primo caffè della giornata. Porta ancora il chiodo nero, inadatto al nostro quartiere di loden e cappotti di cammello: borghese è la radice e non il mio pensiero, credo voglia dirci. Fuma sigarette lunghe, lente a sfarsi, che aspira come latte da una tetta mentre cammina a passo svelto, era il passo di mia madre mi ha detto una volta, la voce gli tremava e ho intuito così la natura del suo sguardo sfuggente. Non reticenza, o vizio, ma timore di entrare, di disturbare. Incoraggiato da me gli occhi brillavano, afferravano un aggancio insperato.

Una mattina dal suo terrazzo sono sparite tutte le piante. La sera lei è salita su un taxi, con due valigie e una cassetta di gerani, la vite americana, i due nespoli in vaso. Un furgone giorni dopo ha portato via certi quadri e mobili antichi, è un uomo generoso mi ha detto la portinaia.

«Una mattina dal suo terrazzo sono sparite tutte le piante.»

Nelle sere d’estate mette una sedia sul balcone rimasto senza piante, e sta lì a leggere, e a fumare, a guardare la città. Più tardi, oltre la parete, lo sento canticchiare, o tossire, e gli sono grata di quei suoni confortevoli, per me e per lui. Ultimamente lei torna a trovarlo, come per assicurarsi che niente covi sotto la cenere. Ha un cane bianco, lo portano a passeggio e lo tiene lui al guinzaglio. Poi se ne vanno in taxi, lei e il cane, verso sera; da giù lei gli manda un bacio, lui alza la mano per afferrarlo; poi resta un po’ sul balcone, a guardare la città o quel che è stato.

A volte ho come la sensazione che la guardi un po’ troppo, con nostalgia delle ali. Poi però rientra, e lo sento che accende la radio, e si prepara la cena.

bio laura minetto

Laura Minetto è nata a Genova, ha lavorato a Milano come giornalista e ora vive a Livorno, dove frequenta la scuola Carver e scrive come freelance. È autrice di racconti pubblicati su periodici e antologie, oltre che finalista di concorsi letterari. Ha pubblicato il romanzo L’inizio (Edizioni Il grappolo). 

racconto bertolotti luca

la volta in cui i miei cercarono di mettermi l’apparecchio per i denti

Un racconto di Luca Bertolotti
Numero di battute: 1881

A vent’anni anni il mio sogno era farmi mantenere da una splendida e arrapata quarantenne. Solo che avevo già brutti denti da fumatore e il torso breve di chi da piccolo, passando come una meteora nella società dei consumi, non aveva fatto in tempo a mangiare abbastanza.

Per anni la fretta e l’inappetenza mi avevano allontanato dalla tavola. C’erano stati giorni in cui i miei genitori e mio fratello avevano cenato in tre. «Dov’è quell’animale selvatico?», era mia madre a soffrirne maggiormente. Mio padre invece le diceva di portare pazienza. Nessun bambino in Occidente moriva più di fame.

A dieci anni mica mi prendevano. Un giorno saltò fuori la storia dell’apparecchio. Era mattino. Mi tesero un agguato. Ero tutto sudato. Viscido come un anfibio. Una salamandra umana, ecco cos’ero. Non s’era ancora visto al mondo un essere come me. Riuscii a divincolarmi.

Mio padre cercò di starmi dietro, ma aveva gambe come colonne e una pancia a cuspide da bevitore. Mia madre gli urlava dal balcone: «Là! Là! È dietro il cespuglio…».

«Una salamandra umana, ecco cos’ero.»

«Quando torni. Quando torni stasera, vedrai. Tanto prima o poi dovrai venire a dormire» disse papà. Una furia sembrava. Occhi sottili e capillari esplosi. Cuore al galoppo e polmoni a raschiare il fondo del torace. Quel giorno quasi lo uccisi.

«Spenderemo tutto per tuo fratello!» mi urlò dietro mia madre mentre finalmente guadagnavo l’uscita dal cancello e fendevo a falcate l’erba alta davanti a casa. C’era un sole grandioso. Come potevano tenermi fermo, rimpinzarmi di cibo, raddrizzarmi la bocca e mandarmi a nuoto per la scoliosi? Io correvo verso la luce, il calore.

Ora il mio tempo è fatto di figli coscienziosi che a volte mi svegliano per gli incubi a metà notte. È un soriano che vive in appartamento. È una moglie che mi passa l’ammorbidente nei capelli già grigi ripetendomi che sono ancora giovane.

La conta dei contributi le dà ragione.

bertolotti luca

Luca Bertolotti (1977) è nato a Milano. È autore di La bambina falena (Fandango, 2018). Vive in Brianza e ha due figli. Ha stampato manichini, saldato ferro, fatto il falegname e da anni lavora in ogni ambito in cui ci siano vernici da spruzzare o anche solo da annusare.

matteo
gravina

Matteo Gravina (1996) è nato a Bassano del Grappa
ed è da sempre appassionato di storia antica.
Ha frequentato il biennio di Storytelling e Perfoming Arts alla Scuola Holden e attualmente studia Scienze Politiche all’Università degli Studi di Padova.