Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: giugno 2019


buttitta giovanni racconto

un tot

Un racconto di Giovanni Buttitta
Numero di battute: 2489

Gino le lecca la fica, Franca se la lascia leccare. L’effetto sonoro della lingua di lui mentre strapazza il clitoride, un po’ indolente, di lei, risulta a entrambi molesto.
Lui sbava, s’intrufola, vaga, ritorna indietro. Senza una linea.

«Gino…»
«Uuuh.»
«Domani, lo porti tu Paolino in palestra?»
Gino si stacca, alza lo sguardo, inquadra, andando oltre due seni flosci, un’espressione d’attesa. Dice: «Va bene». Poi, inspira, valuta la tenuta dell’erezione e la regolarità del ritmo cardiaco. Non percepisce aritmie. Inarca la schiena, s’immerge, ritorna al lavoro.

A Franca l’inclinazione della schiena di Gino ricorda il salto con gli sci dal trampolino; e, di rimando, passa in rassegna: suo padre, una tv in bianco e nero, l’eurovisione, gli sci inclinati, la sospensione, un atterraggio; e lei bambina.

Franca stacca sul culo grasso, sospeso in aria, di suo marito; scarta la nuca – di un rosa intenso (tre gradazioni) – sudata, spessa, rasata a zero. Sente la barba che le sta irritando l’interno coscia, emette due gemiti di circostanza.

«Lui sbava, s’intrufola, vaga, ritorna indietro.»

Gino si rialza un filo cianotico, ha il cazzo dritto pronto per l’uso e un pelo pubico appiccicato sotto lo zigomo. Franca lo nota, guarda la pancia; afferra e ripone, senza un motivo, il cellulare abbandonato sul letto.
Lui dice: «Girati».
Franca si gira.
Gino rivaluta di nuovo i suoi battiti, nulla di anomalo. Guarda giù in basso, avvista Franca e ne scandaglia parte del corpo. Affronta i polpacci e un paio di varici; l’area, allargata, di cellulite che dalle cosce continua sul culo. Sfuma lo sguardo sui fianchi pesanti, si ferma lì e si concentra sull’ano.

Gino la penetra mentre lei pensa: “Domani-dentista”.
Gino reitera e lei ripete: «Oh, sì… oh, sì…».
Lui sente il dovere di scaldare l’ambiente, vaglia l’abuso di un “quanto sei troia!”; teme, però, di non risultare credibile.
Si astiene e ripiega su un’ansimante variazione di ritmo.

Lei contrappone un timido: «Ancora…», mentre si chiede se non sta esagerando; pensa a Marisa e a cosa dice di suo marito e si convince che la sua amica è proprio una stronza.
Gino si aggrappa ai fianchi di Franca, le fissa ancora il buco del culo, rimbalza molle sulla sua carne e, poco dopo, eiacula un tot.
Estrae il cazzo, rimane a guardarla.

Passano circa dieci secondi, Franca non varia ancora la posa, resta sui gomiti e sulle ginocchia. Gino si stravacca sul lato destro; lei, un po’ sorpresa, s’appiattisce pigra sul letto.
Franca galleggia, cerca lo sguardo di suo marito, sorride incerta.

Gino si alza.

buttitta giovanni bio

Giovanni Buttitta inizia a far circolare i suoi lavori nel 2015. Alcuni suoi racconti sono apparsi su riviste (Ammatula e Settepagine); altri all’interno di raccolte collettive (Edizioni Leima). Nel 2017, si aggiudica il primo premio del concorso letterario 88.88; è stato tra i finalisti del premio letterario Zeno (2015 e 2017 – sezione “racconti brevi”).

bonanni david racconto

perché l’ amore è tutto qui

Un racconto di David Bonanni
Numero di battute: 2005

Quella notte aveva dormito decisamente male, forse per via del rubinetto della cucina che continuava a gocciare sul fondo del lavello, nonostante avesse cambiato la guarnizione due giorni prima. Qualcuno col vizio di romanzare la quotidianità avrebbe detto che ne aveva abbastanza delle sconfitte per riuscire a tollerare altre perdite.

Si alzò e si diresse verso il bagno, non accese neanche la luce. Quando ne uscì aveva la vescica vuota e la testa piena di pensieri. Si infilò i suoi soliti panni, compreso quel paio di jeans che avevano un disperato bisogno di un giro di lavatrice. Aprì la porta di casa e venne subito investito da una folata di vento freddo. Non ebbe alcuna reazione, tanto meno esitò a mettersi in cammino.

Procedeva sbilenco ma deciso, come se avesse fretta di raggiungere qualcosa o qualcuno, come se la città avesse già messo in moto tutti i suoi consueti ingranaggi, come se non fossero le sei del mattino.

Rocco ti sei fatto fregare, continuava a ripetere a sé stesso. Ti ha giocato proprio un brutto scherzo, si diceva quasi comprensivo. Rocco, sei stato un vero coglione, chiosava sfinito. 

«Era il giorno giusto per farlo.»

Si sentiva schiacciato, cazzo se lo era, ma adesso camminava col piglio di chi ha deciso di venirne fuori. Era il giorno giusto per farlo.

Quando arrivò in prossimità della stazione di servizio aveva tutta l’aria di uno sul punto di commettere una sciocchezza. Probabilmente lo pensò anche il tipo che stava estraendo la pistola del gasolio perché vedendolo si irrigidì in una posa innaturale. Rocco gli passò davanti bofonchiando qualcosa, poi si infilò deciso dentro al chiosco del bar.

Lei era di spalle, intenta a stringere il braccio della macchina del caffè. Lui non era ancora arrivato al bancone quando si girò di scatto, come se lo avesse visto in un riflesso o per un misterioso istinto di sopravvivenza.

«Che diavolo ci fai qui?» gli domandò. «Perché sei venuto?» aggiunse algida.
Fu allora che Rocco pronunciò quelle parole. Fu in quel preciso momento che ne venne fuori davvero.

bio bonanni david

David Bonanni (1975) è nato e vive a Roma. Dopo la laurea in Economia ha cominciato a occuparsi di fisco e non è più riuscito a uscirne. Ama la scrittura, ma per circa vent’anni non ha buttato giù una riga. Ora intende recuperare il tempo perduto.

racconto elisabetta ceroni

senza branchie

Un racconto di Elisabetta Ceroni
Numero di battute: 2278

La testa spunta fuori dall’acqua, apro la bocca inspirando rumorosamente, per poi battere un pugno di rabbia che affonda senza incontrare resistenza. Sento i polmoni scoppiare. Non ce l’ho fatta. Mancano due settimane all’esame e i venticinque metri d’apnea sono una delle prove obbligatorie. Mi tolgo gli occhialini e mi avvicino a bordo vasca dove Paolo, il mio allenatore, si inginocchia, si ravvia i capelli ricci sale e pepe e scuote la testa. «Gaia, non è un problema di capacità. Arrivi a venti metri e ti convinci che se non respiri in quell’istante, muori. Non è così. Appena lo senti, devi pensare: non muoio, scivolo. Non muoio, resisto. Sta tutto lì.»

L’apnea è quasi come morire, e io proprio non capisco la teoria che, se sfiori la morte, ti passa la vita davanti. Quando mi tuffo e scivolo in lungo per la corsia, con il corpo che quasi tocca il fondo, a me davanti non passa proprio niente. Sento solo un istinto primordiale, biologico, la necessità del movimento e dell’ossigeno.

«L’apnea
è quasi
come morire.»

Braccia distese in avanti, apertura laterale, spinta indietro, colpo di gambe, e poi di nuovo. Ogni tre bracciate soffio fuori l’aria, che esce in bolle dal naso. Non si spreca, occorre rilasciarla man mano, trattenerla anche se è già scoria. Più ti tieni sul fondo, più scivoli, come un pesce. I pesci però non hanno ricordi, rimorsi, rimpianti. Nuotano e respirano, soprattutto resistono senza imporselo. La vita semplice si vuole, si cerca, si tiene. Vorrei dire a Paolo che la faccenda è più complicata se non hai le branchie, ma annuisco e riprendo fiato.

È di nuovo il mio turno. Inspiro profondamente, mi do una spinta dal bordo e scendo giù. L’istante dell’immersione è il più bello, quando entri in una dimensione che sembra accoglierti e trattenerti. C’è il silenzio delle orecchie tappate, il freddo denso dell’acqua sulla pelle. Scivolo, mi allungo. Basta qualche secondo però per sentire la gola stretta. Non muori, Gaia, mi dico, non muoio, forse resisto, spingo ancora con le braccia. L’importante è scivolare. Andare avanti. Fingere che non manchi l’aria, fingere che non manchi niente. Per la prima volta, sotto, penso: la mia mano che tocca il lato opposto della vasca, lo immagino ed è come se fosse già così. Conto ancora tre, espiro tutto, e manca davvero poco.

ceroni elisabetta

Elisabetta Ceroni (1991) è nata e vive a Torino, dove si è laureata in filosofia. Ha pubblicato racconti sulle riviste inutile, Firmamento, Lahar magazine, Narrandom, lunario, Carie e nelle antologie Racconti dal Piemonte (Historica 2017) e Una come te. Storie di donne straOrdinarie (Ananke lab 2018). Nel tempo libero, scrive sul blog letterario La Biblioteca di Babele.

racconto santagati salvatore

le pronoie estive di edoardo nevo

Un racconto di Salvatore Santagati
Numero di battute: 2486

Nella gara d’arte contro il grande puparo questa volta vincerà Edoardo Nevo, il suo disegno mette a posto tutto e tutto andrà come lui l’ha disegnato.

Lo definisce, strologando analiticamente gli ultimi pezzetti di futuro e vincendoli al caos, mentre nascosto nella falsa solitudine dei sedili posteriori perdona questo vile maggio in cambio d’aria fresca. Spalanca il finestrino e ringrazia il traffico che degli uomini se ne frega, perché l’ha arrestata lui l’ultima immagine della città alla sua sinistra. Straluna gli occhi, nulla deve scordare: è una nave in bottiglia, Modica; è una nave regia con il lusso della sera, le case come un mondo capovolto, i lumi gocce di pianti astrali, spiriti gialli custoditi per l’eterno.

È stato scortese rimanerci solo un giorno, allora la inserisce nel suo magnum opus e s’assicura che qui in estate ci tornerà con Glo Glo. Prima però le dirà che aveva ragione, che l’urgenza di firmare il mondo è per gli stronzi del nuovo millennio, poi fitteranno la loro personale goccia di luce e la guarderanno dal balcone, fino all’autunno, arresi alla felicità.

«È una nave in bottiglia, Modica; 
è una nave regia con il lusso della sera.»

E questo suo melanconico conato verrà fuori, pure se cumulato in un unico sputo di vomito, in un botto di dolore inumano. Squarcerà il vanitoso stemma d’essere diverso, né lui né gli altri avranno bisogno della sua musica e senz’angustia spaccherà a martellate, a pugni forse, lo Steinway dell’aula ventitré e chi vi si metterà in mezzo; getterà tutto quello che ha composto in un vuoto di memoria, libero. Ogni posto sarà casa per Edoardo, mai più partirà per gli infiniti viaggi, non si vedrà contro la bufera guardiana che da sempre lo attende in quell’assurdo proibito ciglio dove giorno e notte s’è recato, coi suoi spasmi, a trovar nulla.

Sceglierà bendato un qualche Buddha in saldo e un bel gazebo per non morire di sole, ma sarà bello anche scottare in spiaggia, infuocarsi il naso d’acqua salata per un errore d’apnea, e il Mediterraneo guardarlo fino a stomacare. Sarà pelle, occhi, naso, lingua, orecchie. Nulla più.

Il traffico scorre, e Claudio davanti pesta arrabbiato il pedale. Modica muore lenta, Edoardo per fortuna ha completato il suo capolavoro.

Cento metri d’asfalto e alla sua destra si svela in lamiera e sirene la causa del grande ingorgo. Tutti guardano il disastro curiosi di pena. A Edoardo sfugge un canto irriflesso, troppo forte. Si giustifica come i bambini, si dice che questo non valeva, che non era pronto. Sono tutti disgustati a vederlo così, senza umanità.

santagati salvatore bio

Salvatore Santagati (1993) è nato a Catania e vive a Motta Sant’Anastasia.
I suoi racconti sono apparsi sul quotidiano La Sicilia e sulla rivista Rapsodia.
Sta scarabocchiando il suo primo romanzo.