Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: aprile 2019


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una domenica di maggio

Un racconto di Francesca Modena
Numero di battute: 2386

Se partirai, lo farai pensando a te stesso, anche se dici che è per il bene di entrambi. Ti trasferirai a Londra, zona 2, in una casa condivisa con altri tre ragazzi, perché lo studio dove lavori è prestigioso ma ti pagano poco. Nessuno pulirà la casa e sentirai la mia mancanza. Ci diremo che la distanza non è un problema per noi, ma resisteremo sette mesi. In quei mesi io verrò due volte a trovarti e mi lamenterò di quanto è sporca la casa.

Tu tornerai per Pasqua per vedere i tuoi. Non mi tradirai, ma quando ci lasceremo avrai una serie di storie con ragazze di sei nazionalità, prima di fidanzarti con una tua collega italiana. Cambierai tre case e otto coinquilini, prima di poterti trasferire in un appartamento tutto tuo. A trentatré anni diventerai socio in un grande studio. Lavorerai una media di sessanta ore a settimana e una domenica di maggio ti chiederai se ne valeva la pena, ma il lunedì te ne sarai dimenticato. Tornerai a casa tutti gli anni per Natale e per il compleanno di tua madre. 

Una sera ti incontrerò in un bar di Modena a bere una birra con gli amici rimasti e mi dirai che sto bene con la frangia. Sarà l’ultima volta che ci vediamo ma non lo sapremo e ci diremo solo «ciao».

«Ti chiederai se ne valeva la pena.»

Se resterai, rimarremo insieme a lungo. Io ti sarò fedele e tu mi sarai fedele e solo ogni tanto ci chiederemo cosa ci stiamo perdendo. Vivremo sempre a Modena, in un appartamento che ci comprerà mio padre. Faremo un viaggio una volta all’anno, tre settimane in agosto, dall’altra parte del mondo. Inizieremo a pianificarlo in autunno e a Natale compreremo i biglietti aerei con i soldi della tredicesima.

Un weekend ogni tanto lo passeremo in giro per rivedere i nostri amici, quelli che hanno deciso di partire. Qualche volta, tornando a casa, ti chiederò se sei pentito di essere rimasto e tu mi dirai di no, ma non lo saprai mai. Dopo un po’ smetterò di chiedertelo. Nel tempo riempiremo gli spazi lasciati da chi se n’è andato finché non ci saranno più vuoti.

Ci sposeremo in una chiesetta del paese dei miei genitori. Una domenica di maggio di due anni dopo, quella chiesa verrà distrutta dal terremoto. Troverai un lavoro a Bologna e ci andrai ogni giorno in treno e nel tragitto leggerai i libri che ho scelto per te. A trentasei anni entrerai come socio nello studio dove lavori e lo stesso anno diventerai papà. Avremo due figli, maschi. Li chiameremo Pietro e Marino.

bio-modena-francesca

Francesca Modena è nata a Modena, dove vive e lavora come copywriter. Dal 2012 al 2018 ha collaborato con Finzioni Magazine, scrivendo articoli e recensioni. Suoi racconti sono apparsi nella raccolta Caldo, a cura di Finzioni, e su Abbiamo le prove.

fulvio
luna romero

Fulvio Luna Romero (1977) è nato a Treviso dove lavora come responsabile human resources di una banca.

Nel 2017 ha vinto il Premio Nebbia Gialla per Inediti con il romanzo Prosecco Connection, pubblicato da Laurana nel 2018 e finalista al premio letterario La provincia in giallo.

A partire dal 2003, ha scritto i romanzi gialli La parte fredda dell’inferno, Il rumore discreto della nebbia, 5 – non uccidere, La sesta corda e Nancy, tutti usciti per Piazza Editore con protagonista Carlo Caccia. Ha pubblicato anche Sarò l’ultimo a morire, L’uomo delle crisi e il pamphlet ironico Piccolo manuale sfigato del running.

Il suo nuovo romanzo uscirà nei primi mesi del 2021 per Marsilio.

pattacini francesco racconto

scatoloni

Un racconto di Francesco Pattacini
Numero di battute: 2421

Lucia aveva i capelli raccolti in una treccia e una veste gialla di seta, il suo sguardo era timido e triste. Aida, dal balcone di fianco, fumava una sigaretta e osservava i netturbini portare via la spazzatura. L’accumulo di loro madre era diventato così ingombrante che, per prendere aria contemporaneamente, erano costrette a parlarsi dalle due stanze comunicanti.

«Mamma ha sempre odiato questo via vai notturno» aveva detto Lucia bevendo un sorso dalla tazza di tè.
«Avrà avuto paura che le buttassero via tutto lo schifo che conservava.» Aida aveva guardato gli scatoloni polverosi che ora gli appartenevano.
«Qui dentro ci sono ancora i miei vestiti da maschio depresso.»
«E i miei diari da sedicenne.»
«E le cose da pilota di papà.»

Anche se avevano ormai superato i trent’anni nessuna di loro era stata in grado di costruire una famiglia. Lucia non se la sentiva ancora di sposare Giacomo, nonostante fosse quello giusto, mentre Aida passava da una ragazza all’altra dopo essersi lasciata con Klara, la tedesca impiegata dell’Onu di cui si era innamorata a Bruxelles.

«Era tutto
quello che
le rimaneva.»

Giù, per le strade, abbastanza lontano perché solo loro potessero accorgersene, due ubriachi stavano pisciando sulla macchina di Aida.
«Stronzi! Andate a pisciare sul culo di vostra madre!» gli aveva urlato.
I ragazzi erano scappati spaventati con ancora le braghe slacciate. Aida aveva riso con una voce profonda, poi aveva cominciato a piangere.

«Una volta papà mi ha raccontato di come ha conosciuto mamma. Stavano partendo per Ibiza e lui era uscito dalla cabina di pilotaggio, l’aveva vista e si era limitato a dirle che avrebbe lasciato tutto. Era diventato il suo capitano, con la camicia bianca e la cravatta nera. Non fossero stati i nostri genitori non ci avrei mai creduto.» Lucia ogni volta che qualcuno piangeva si sentiva in dovere di consolarlo.

«Questi scatoloni rimarranno sempre qua» aveva aggiunto Aida, asciugandosi le lacrime su una maglietta dei Venom.
«Era tutto quello che le rimaneva.»

I ricordi di Maria, delle giornate al mare sulla Cinquecento, dei voli che Gianni le regalava ogni anniversario. Le sue camicie, su cui era più facile pensare che l’odore non fosse morto con lui. L’avevano circondata, fino a sostituire la realtà e intrappolarla nel suo piccolo corpo.

«Dici che dovrei sposarmi con Giacomo?»
«Tutti noi abbiamo bisogno di scatoloni da riempire.»
«E se ne diventassimo tutti schiavi?»
«Abbiamo forse un’alternativa?»

pattacini francesco bio

Francesco Pattacini (1991) è nato a Reggio Emilia e lavora a Bologna come copywriter freelance. Da un paio d’anni collabora con il progetto L’indiependente, rivista di musica e cultura. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su ConAltriMezzi, Lahar, Lahar Berlin.

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luneur

Un racconto di Daniele De Serto
Numero di battute: 2495

La cosa migliore da fare era stare zitto e sperare di uscirne vivo.

Le navicelle ruotavano vorticosamente attraverso sbuffi di fumo e fasci di luce colorata. La raggiera a cui erano ancorate trainava a velocità folle, frenava e ripartiva all’indietro per indebolire le ultime resistenze gastriche. Non sarei mai dovuto salire lì sopra. Aggrappato alla barra di contenimento speravo di non essere scaraventato in strada. Al momento della partenza, il giostraio aveva messo in palio un giro extra per chi si fosse sgolato di più. Quindi, se volevo evitare di vincere un’ulteriore frullata di stomaco, dovevo pure tapparmi la bocca.

Ci eravamo avvicinati a quella giostra attirati proprio dalle grida e dalla musica martellante. Io avevo sperato che nessuno di noi mostrasse il fegato di sfidare quella bolgia rotante. Nel gabbiotto il giostraio muoveva qualche leva con una mano e rovistava nelle narici con l’altra.

«Dài, mettiamoci in fila!» aveva detto Alex, con lo sguardo allucinato.

Le due ragazze che erano con noi si erano tirate indietro.
Sara, quella con cui me la stavo intendendo, aveva soppesato le mie intenzioni da sopra gli occhiali da sole. Così, per evitare la figura del pusillanime, le avevo affidato la mia bomba fritta e mi ero avviato con Alex mentre una risata malvagia sbottava dagli altoparlanti della Casa dell’Orrore.

«Non era il caso di vomitare
in giro.»

E ora me ne stavo muto, con gli occhi sbarrati e ogni sforzo riservato a non rovinare quella che era stata, fino a quel momento, una bella giornata. All’appuntamento alla fermata della metro Alex si era presentato, proprio come aveva detto, con sua cugina Sara e una sua amica. Le avevamo portate sulle auto a scontro e sul polpo meccanico. Avevamo visto una mummia in pausa sigaretta. Poi, passeggiando, si erano formate spontaneamente delle coppie, e io sentivo di avere degnamente ingranato con Sara.

Quindi non era il caso di vomitare in giro.

Non so dire quanto durò quella tortura. Il mio stomaco tornò in punta di piedi al suo posto solo quando la giostra iniziò a decelerare. Le navicelle esaurirono la loro corsa e mancava l’annuncio del vincitore prima che fossimo liberi. Il giostraio si accostò al microfono.

«Il numero vincente» disse con forzata enfasi «è il sei.» Era ora. La gente applaudiva e incitava il vincitore. Le facce intorno a noi riacquistavano definizione. Avevo come l’impressione che stessero guardando dalle mie parti. Per scrupolo, mi sporsi di lato per controllare quale fosse il numero impresso sulla mia navicella.

Era il sei.

De serto daniele

Daniele De Serto è nato e vive a Roma. Ha pubblicato racconti su varie riviste tra cui Portland Review, Fiction Southeast, Linus, Granta Italia, Litro Magazine, Gravel, Jersey Devil Press, Cheap Pop, ’Tina, Colla, Cadillac, L’inquieto, inutile, Verde.

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a come afasia

Un racconto di Sofia Pirandello
Numero di battute: 2472

Un giorno Mario Lopez si svegliò che non sapeva più parlare, tanto meno leggere. Né il francese, la sua lingua madre, né l’italiano, che aveva imparato a scuola, o lo spagnolo, la lingua della sua famiglia. Niente, ogni lettera, ogni parola di ogni lingua, quale che fosse, non aveva più alcun significato per lui.

Andò così: alzatosi dal letto, puntuale come sempre, fece qualche esercizio di ginnastica per tenersi in forma, una sobria colazione e i soliti gargarismi. Si sbarbò con cura e si lasciò andare in poltrona, prima di andare al lavoro si concedeva qualche minuto di relax leggendo il giornale. Ma, al contrario di quanto avveniva ogni giorno, stavolta si sentì attaccato da un’orda di simboli sconosciuti, un esercito di inchiostro che gridava ordini incomprensibili, uno strano gregge di pecore dalle forme curiose. Semplicemente, non ci capiva niente. Spaventato, chiuse il giornale di colpo. Fece sbattere le palpebre un paio di volte e di nuovo aprì il giornale. Un disastro completo. Si alzò di corsa e andò spedito verso la libreria dove scelse un libro a caso.

Sudava freddo, mentre faceva scorrere la copertina tra le dita e poi, lentamente, lentissimamente, le prime pagine. Terrorizzato, lasciò cadere il libro a terra. Gli venne da urlare, magari di chiamare aiuto, ma niente, dalla bocca gli uscì solo un rantolo di disperazione che non significava nulla.

«Li divorò tutti, pagina dopo pagina.»

Tentò ancora e ancora, ma senza risultati. Non gli riuscì di andare a lavoro, arrivò all’ora di pranzo esausto, distrutto, vinto. Apparecchiò la tavola, impilò vicino al piatto tre dizionari, uno di francese, uno di italiano, uno di spagnolo, si legò un tovagliolo al collo e, il coltello in una mano la forchetta nell’altra, cominciò. Li divorò tutti, pagina dopo pagina, perché da “abaco” a “zuzzurellone” non gli sfuggisse più niente.

Prima di crollare a terra, pieno come un uovo o come dopo il pranzo di Natale, Mario Lopez fece giusto in tempo a raggiungere il telefono e a pigiare il tasto di chiamata rapida. Chiamò, non sapeva chi. Cominciò a biascicare e svenne. Chiunque fosse riuscito a chiamare si preoccupò, si preoccupò moltissimo, e chiamò a sua volta un’ambulanza perché lo portasse all’ospedale più vicino. Così Mario Lopez si svegliò, fra atroci dolori, su una branda malmessa del pronto soccorso. Soffriva, ah se soffriva, ma non aveva parole per dirlo né per spiegare. Prima che riuscisse a ricordare come si fa anche solo a dire “a”, un’indigestione di parole se lo portò.

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Sofia Pirandello (1993), nata e cresciuta a Roma, vive a Torino. Ha studiato Filosofia
e ha collaborato con il Corriere della sera alla collana Grandangolo. Con il suo romanzo d’esordio Candido suicida (Round Robin Editrice) ha vinto il bando SIAE Sillumina per l’opera prima.