Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: marzo 2019


bodi-gianluigi

la simca 1300

Un racconto di Gianluigi Bodi
Numero di battute: 2450

Beveva tre bottiglie di Coca-Cola al giorno e se quello era un tentativo di suicidio non stava funzionando. L’aria nasceva nello stomaco, attraversava l’esofago per poi diventare un sonoro rutto.

Gustavo graffiava via la vernice della Simca 1300 che un cliente gli aveva portato mesi prima. «Gustà, sei un maestro con le mani, pensaci tu a questa povera fanciulla.» Lui l’aveva studiata, aveva preso una sedia da casa e l’aveva portata in officina. Ci si era seduto sopra a gambe aperte, con la testa chinata da un lato e lo sguardo che vagava da un elemento all’altro della carrozzeria. Non c’era poi molto da fare, forse l’eutanasia sarebbe stata un atto di carità. E invece la Simca aveva iniziato a parlargli.

Lo aveva sorpreso nel cuore della notte una voce che non aveva mai sentito. Una voce dolce e soave che gli ricordava una ragazzina di cui si era innamorato in prima media. Una che poi si era messa con il figlio del farmacista.

«La Simca aveva iniziato a parlargli.»

Gustavo era sceso in officina, aveva acceso le luci e la macchina era nell’angolo, ammaccata, mezza assopita. Sembrava che la luce l’avesse svegliata, ma sembrava anche che lei lo stesse aspettando. Si era messo all’opera quella stessa notte.

L’aveva spogliata di qualsiasi cosa potesse essere tolta, con delicatezza, per non ferirla. Smontò i parafanghi e le chiese scusa, tolse i fanali e i cristalli, le maniglie e gli specchietti. Ogni tanto si prendeva una pausa, la accarezzava e le sussurrava che sarebbe andato tutto bene e la Simca gli rispondeva, sapeva di essere in buone mani.

Nel giro di un paio di giorni restò solo la carcassa, poi si dedicò alla rinascita. Si fece spedire i pezzi da ogni parte d’Italia e quando non riusciva a trovarli se li faceva costruire su misura. Lavorava senza sosta, fermandosi solo per sorseggiare la sua Coca-Cola, se gli capitava di ruttare poi chiedeva scusa e si ributtava sul lavoro per mascherare la vergogna. Lei lo accompagnava nello sforzo, lo incoraggiava nel sudore, faceva il tifo per lui, per le sue mani piene di tagli e calli, ricoperte di unto e vesciche.

Il giorno in cui la Simca fu pronta Gustavo si chiuse dentro l’officina. Abbassò le tapparelle, fece il pieno alla macchina e poi la mise in moto. Il motore rombava come se fosse appena uscito dalla fabbrica, i sedili erano accoglienti e il profumo dell’abitacolo era inebriante. Lei gli chiese di accendere la radio e tra le note di una vecchia canzone lasciò che il fumo li unisse per sempre.

Bodi Gianluigi

Gianluigi Bodi è il creatore del sito Senzaudio.it, che si occupa di editoria indipendente. Nel 2015 ha vinto il concorso letterario indetto dal CartaCarbone Festival con il racconto Perché piango di notte. Ha curato la raccolta di racconti Teorie e tecniche di Indipendenza (VerbaVolant, 2016).

morelli francesca racconto

ora siamo felici

Un racconto di Francesca Morelli
Numero di battute: 2365

Fare ritorno a casa per me è una scelta ogni volta. Non ci avevo mai riflettuto, ma è così.
L’ho capito parlando con le altre persone; l’ho capito perché è questo che loro pensano della mia situazione. Loro mi compatiscono e mi ammirano.
Di certo li incuriosisco.

Si chiedono come abbia fatto a scegliere una vita del genere, o meglio, come faccia a non rifuggirne.
Credono che mi sia trovata costretta dalle circostanze, da una in particolare: nessuno riuscirebbe mai a perdonarmi se ora decidessi di lasciarlo.
Se lo facessi, forse, potrebbero condividere la mia scelta in modo silenzioso, perché nessuno avrebbe il coraggio di dire a voce alta una cosa del genere.
Si chiedono cosa farebbero al posto mio e so che non riescono a rispondersi.

Dopo il suo incidente non potevo restare quella che ero, ero destinata a mutare e due erano le possibilità: martire o zoccola, tertium non datur.
Ma c’è una cosa che anche io, a mia volta, non riuscirei a dire a nessuno.
La verità è che i momenti difficili, per me, sono finiti.

«La verità è che i momenti difficili, per me, sono finiti.»

Mi guardo bene dal raccontare a qualcuno che quanto è accaduto ha cambiato la mia vita in meglio.
Il fatto è che tornare a casa e trovarlo così, ad aspettarmi, mi rende felice.
Lui passa tutto il giorno a letto, l’infermiere gli sta accanto. Gli cambia la flebo, gli massaggia le gambe, il busto, le braccia. Una volta, rincasando, l’ho trovato a raccontargli la trama di un film.
Lui non sembra prestare attenzione a niente; anche quando viene qualcuno a fargli visita, lui resta con gli occhi rivolti alla finestra. Solo io faccio la differenza.

Quando torno dal lavoro abbandono le cose all’ingresso, lavo le mani e poi vado da lui. Le sue palpebre mi salutano con un battito veloce. So che è felice di vedermi. Lo sono anche io. Gli accarezzo il capo immobile e quando restiamo soli gli parlo della mia giornata. Lo bacio sulla bocca, gli dico che mi è mancato.

Prima non andavamo sempre d’accordo; a volte gridava che sarebbe stato meglio lasciarsi, poi andava via sbattendo la porta. In quei momenti il timore che lui decidesse di non tornare era capace di annientarmi.
Ora, invece, non ho più paura che mi abbandoni. Non può farlo. Ora ha bisogno di me nel modo più assoluto. 
Non so quante persone possano dire di essere indispensabili per qualcun altro. Io sì.
Ora siamo felici, io e lui.

Mi sento fortunata, e questa è una cosa inconfessabile.

bio francesca morelli

Francesca Morelli (1987) è nata a Napoli e vive a Torino. Ha vinto la quarta edizione del concorso letterario 8x8 e alcuni suoi racconti sono apparsi nella raccolta Si sente la Voce (CartaCanta 2012) e sulle riviste letterarie Watt e Effe.

elena
ghiretti

Elena Ghiretti è nata sul Po, tra Mantova e Ferrara. Prima di stabilirsi a Milano, ha vissuto a Venezia, Lugano, Parigi, Eindhoven, Bruxelles, Funo di Argelato, Ginevra.
È architetto, si occupa di trend socio culturali e scenari futuri.

Ha pubblicato racconti su varie riviste e magazine, tra cui «’tina», «Cadillac», «Colla», «The Lifestyle Journal» e «MarieClaire Italia». Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, L’intelligenza della specie (Baldini&Castoldi).

umberto morello racconto

un albero pieno di buchi

Un racconto di Umberto Morello
Numero di battute: 2392

«Chi vede solo la propria notte rischia di amare una luce qualsiasi.»

Visto che alla frase ci credevamo, abbiamo deciso di mettere su qualche prova, giusto per tenerci aderenti alla realtà. E perché tutto funzionasse, abbiamo stabilito anche che ci serviva un albero. Ma non un faggio, un frassino, un pioppo o un cipresso. Un alberello standard, uno di quelli da cartone animato e che nella vita vera si notano appena; perché tutte le cose troppo particolari coltivano un cuore caotico, e non vengono bene se uno vuole dei campioni accurati.

Così siamo partiti all’una di notte, e dalla collina abbiamo sradicato il più comune degli arbusti. Tronco, rami e chioma perfettamente anonimi. Eccetto che alla luce ci siamo poi accorti di aver tirato via un arboscello pieno di fori.

Ci dispiaceva, ma era inutile tentare un alt. La foto di mamma ci fissava dal cruscotto dell’Ape 50, noi eravamo coperti di terra e in ogni buco della sua corteccia si erano già infiltrati i nostri sentimenti.
«Quest’albero siamo noi» dicevamo tutti.
Quindi siamo andati avanti e lo abbiamo piantato in salotto, fra il sudore e le mattonelle. Noi, lo chiamavamo.

«Che dovrebbe fare un albero
in pigiama?»

Sotto il pigiama, avevamo gli stessi strati di pelle, sia noi sia l’albero, e anche se per lo zio eravamo scemi ad aver piantato un albero nel nostro bilocale; a noi continuava a sembrare che così si dovesse fare. Abbiamo tagliato e limato i rami primari, e poi quelli sotto, infradiciando il tronco con una resina che pare facesse bene alla malattia dei fori. Poi, quando si è sentito meglio, lo abbiamo vestito come noi.

«Che dovrebbe fare un albero in pigiama?» chiedeva lo zio. E anche se non soffriva del tutto, lo si sentiva che non gli faceva affatto piacere vederci, noi e l’arbusto, in quello stato.
«Amare» gli abbiamo risposto tutti e tre, facendoci l’eco a vicenda.
«E?» insisteva a metterci alla prova lo zio.
«E non lo sappiamo. Bisogna aspettare e capire se ci ricambia» ha risposto il più ossuto di noi, ma difendendo le ragioni di tutti; e allo zio quella risposta non era piaciuta.

Persone come lui, come lo zio, si tengono i mali del mondo fra polmone e polmone e fingono che non costi nulla respirare. E però non era vero. Così quando s’è rubato Noi per ripiantarlo in collina, glielo abbiamo detto che se lo aveva fatto, era per amore; che anche dentro al suo buio, ci si poteva innamorare di una luce qualsiasi. E di ridarci l’albero.

bio umberto morello

Umberto Morello (1993) è nato a Genova. Studia Brand Storytelling alla Scuola Holden e Comunicazione e culture dei media all’Università di Torino. Da quattro anni lavora come ufficio stampa e consulente. Ha pubblicato racconti sulle riviste Neutopia e Tuffi. Nel 2018 ha vinto il concorso di poesia Lorenzo Montano per Opera Inedita e il premio della critica Bocconi di Inchiostro. Il suo unico libro è la raccolta di versi Nuvolas (Anterem 2018).

viazzoli marta racconto

baci

Un racconto di Marta Viazzoli
Numero di battute: 2029

Quando era ragazzina sua madre le contava i baci negli occhi ogni volta che rincasava. Guardava in profondità negli occhi scuri della figlia, calava una rete e li pescava, piccoli pesci argentati.  Un’occhiata alle labbra per vedere quanto erano gonfie e aveva la sentenza definitiva.

Bianca non riusciva a nasconderle niente e la precisione e la calma di sua madre la irritavano. Si sforzava di comportarsi con naturalezza, ma anche quando mentiva e raccontava di essere stata a casa di qualche compagna di classe non c’era bacio che sfuggisse a sua madre. Allora Bianca si innervosiva e passava ore davanti allo specchio a studiarsi.

Alcune cose avrebbe voluto tenerle per sé, confessarle solo al suo diario, forse a Ludovica, in una di quelle loro serate dense di confessioni. Non vedeva l’ora di imparare a coprirsi, a difendersi. Sognava il giorno in cui sarebbe riuscita a far apparire piatta la superficie del mare nonostante negli abissi guizzassero milioni di pesci d’argento.

«Poi vennero
baci attesi
e violenti.»

Fu un giorno di qualche anno dopo. Gli occhi di Luca avevano indugiato a lungo e mollemente sulle sue labbra, ma lei lo aveva fatto aspettare. Non era sicura che lui le piacesse e la lusingava vedere il desiderio montargli in corpo. Poi vennero baci attesi e violenti. Quando tornò a casa e si sedette a tavola, sua madre le mise davanti un piatto di riso e le chiese come fosse andata la giornata. Non si accorse che Bianca aveva mentito e i baci oltrepassarono senza sforzo le maglie della rete.

Dopo aver chiuso la porta della camera, Bianca si stese sul letto. Avrebbe voluto gioire di quel traguardo ma una tristezza strana, zuccherina, glielo impediva. Un sentimento simile a quello che si prova quando, seduti su un aereo, si guardano le luci di una città farsi lontane nella notte.

Si chiese se a sua madre non importasse più, se avesse perso quel suo potere, o se i baci non le si fossero accovacciati negli occhi come facevano prima. Bianca sentì che qualcosa si era spezzato dentro di lei. Qualcosa che spezzandosi era andato perduto.

Marta Viazzoli bio

Marta Viazzoli (1996) e vive a Bologna dove studia Letterature comparate. Oltre a scrivere racconti, traduce, coltiva orchidee, prepara dolci e legge fino a notte fonda.
È arrivata in semifinale al Premio Campiello Giovani 2017 e in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Ha pubblicato in due antologie pubblicate da Giulio Perrone nell’ambito del progetto Facciamo un libro.