Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: gennaio 2019


racconto gaetano moraca

cinque e una punta

Un racconto di Gaetano Moraca
Numero di battute: 2460

Cesarino quella mattina aveva aperto gli occhi ancora prima che la luce scivolasse sotto le veneziane. A dirla tutta era la stessa cosa ogni giorno, dopo che verso le 5.30 andava a fare l’ultima visita al gabinetto. Poi si ricoricava nel suo lato e con le mani dietro la testa si metteva a fissare il soffitto tinteggiato di recente. E pensava alla sua casa in Abruzzo e ai pomodori che piantava nell’orto sul retro. Pensava ai pomodori e pure ai fagioli, Cesarino, che era stagione anche per quelli.

A un certo punto si era alzato ed era andato in cucina a preparare la caffettiera, quella che aveva comprato sua moglie Luisella più di trent’anni prima e che lui si era portato appresso perché tutti gli altri caffè gli sapevano di bruciato. Aveva acceso la televisione ma non l’ascoltava perché doveva contare i cucchiaini per riempire la moka: cinque e una punta era la misura perfetta di Luisella, «di meno viene sciacquato, di più viene bruciato». Poi aveva aperto la finestra, si era seduto su una sedia e si era acceso una sigaretta, mentre alcuni politici con gli occhi assonnati parlavano della questione dei migranti.

Cesarino non doveva fumare, lo sapeva. Suo figlio Stefano non gli raccomandava altro dopo l’infarto: «Ti hanno preso per i capelli, d’ora in avanti per il tuo bene non devi toccare né sigarette, né caffè». E poi, per non lasciarlo da solo, gli aveva affittato un bilocale nella città dove viveva con la moglie e lì lo aveva fatto trasferire. Due anni prima, a un incrocio dove la lampadina del semaforo si era fulminata, Luisella era stata investita da un’auto ed era morta sul colpo. Il cuore di Cesarino non si era fatto trovare preparato.

«Di meno viene sciacquato,
di più viene bruciato.»

Non appena la caffettiera aveva iniziato a gorgogliare si era alzato di scatto e si era versato il caffè in una tazzina. Ne restava parecchio perché la moka di Luisella era per quattro. Poi si era seduto sul gabinetto coi cruciverba, si era fatto la barba con calma, si era lavato e vestito ascoltando lo sferragliare dei tram sotto al suo palazzo. Quando era tornato in cucina l’orologio non segnava nemmeno le 8.30. In paese a questo punto sarebbe andato nell’orto o alle poste, ma nella nuova casa non c’era spazio nemmeno per un vaso e Stefano per non farlo stancare gli pagava tutte le bollette col telefonino. Cesarino quella mattina si era avvicinato al lavello, aveva svuotato la moka e l’aveva risciacquata. Poi si era messo a fare di nuovo il caffè, attento a non perdere il conto.

bio gaetano moraca

Gaetano Moraca (1987) nasce in una cittadina di provincia situata al centro della Calabria, ma ora vive a Milano. Scrive su Style Magazine del Corriere della Sera, Esquire, Wu Magazine e altri. Lavora nel campo della comunicazione digital, qualsiasi cosa voglia dire.

racconto-flavia-montecchi

quello che non mi dirai

Un racconto di Flavia Montecchi
Numero di battute: 2463

Anche quella mattina non era andato a scuola e questa volta aveva finto di avere moltissima tosse. Talmente violenta che gli avrebbe impedito di parlare e, ne era certo, avrebbe ricoperto di batteri tutti i suoi compagni, maestra inclusa. La mamma di Mattia aveva sorriso senza che lui potesse notarlo, poi gli aveva carezzato la testa e aveva improvvisato un rimprovero: è l’ultima volta questa che resti a letto.

Clara quindi era tornata in cucina e, scuotendo la testa, aveva ripreso con la lista della spesa. Avrebbe comunque avuto bisogno di una mano e tutto sommato era contenta che il figlio fosse rimasto a casa. Il ristorante, a pochi metri da dove abitavano, doveva essere rifornito e al centro commerciale bisognava andarci con la macchina, per trasportare le cose più pesanti; detersivi, saponi, scatole di pasta, conserve. Poi si sarebbero fermati al mercato per la frutta e la verdura fresche, per il banco del pesce e per quello della carne. Clara ne avrebbe approfittato per un po’ di shopping, un rossetto diverso dal solito, le scarpe nuove per il figlio.

A mezzogiorno lo aveva svegliato, Mattia alzati devi accompagnarmi a fare la spesa; contro ogni sua aspettativa Mattia si era alzato subito e con il broncio in viso aveva raggiunto il bagno, in silenzio. Clara si era messa quindi a rifargli il letto e mentre gli chiedeva se volesse fare colazione, si rattristava nel vederlo di nuovo così rabbioso.

«È l’ultima volta
questa che resti
a letto.»

Mattia dal bagno ringhiò di no, poi uscì e strattonò con il passaggio la madre china sulle lenzuola, Clara quasi non scivolò in terra: ma sei matto! urlò al figlio che non rispose, poi si rassettò e gli ordinò di sbrigarsi; niente colazione visto come si era comportato. Mattia, senza sforzarsi di fingersi influenzato, aspettò che la madre si allontanasse dalla camera per aprire la portafinestra che dava sulla strada, dove da giorni rovinava inosservato la vecchia balaustra; quindi si sporse fuori.

Negli ultimi mesi qualche cosa in lui era cambiato, si sentiva solo e incompreso e coltivava una rabbia silenziosa che non riusciva a esprimere in nessun modo, se non quello di covare una terribile vendetta per essere venuto al mondo. Mamma, puoi venire un secondo? Ho visto una cosa, aveva gridato a Clara dalla camera. La madre smise di sbrigare le sue ultime faccende e raggiunse il figlio vicino alla portafinestra, si sporse fuori guardando il punto indicato senza capire, e non si sentì mai più così leggera come in quel momento.

Flavia

Flavia Montecchi (1985) è nata a Roma. Event project manager e creativa, lavora nel campo degli eventi, tra musica e arte contemporanea. Gestisce ladisordinata.it e cura etiquette, una rubrica di short-story a puntate su Gagarin Orbite Culturali. Suoi racconti sono apparsi sulla rivista Colla e sulle antologie Repertorio dei matti della città di Roma (Marcos y Marcos, 2015), Az (Tapirulan Edizioni, 2016).

giuseppe
zucco

Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Suoi racconti sono apparsi sull'antologia L'età della febbre (minimum fax, 2015) e sulle riviste «Nazione Indiana», «Nuovi Argomenti», «minima&moralia», «Colla», «l'Inquieto».

Ha pubblicato la raccolta Tutti bambini (Egg Edizioni, 2016) e il romanzo Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017).

gabriele galloni racconto

omero bifronte

Un racconto di Gabriele Galloni
Numero di battute: 2199

La crisi iniziò quando una mattina la donna vide suo marito lavarsi i denti con più accanimento del solito. Pensò che dietro quell’accanimento ci fosse qualcosa di sbagliato.

Giunse alla conclusione che quell’accanimento era un segnale dell’Abisso; uno dei tanti modi che l’Abisso poteva scegliere per annunciarsi. Lo disse al marito. Il marito non capì. La donna notò del sangue nel lavandino.

Disse: «Ti fai sanguinare le gengive di tua spontanea volontà. C’è qualcosa che devi dirmi». Il marito continuava a non capire e riprese a lavarsi i denti.

La donna se ne andò in camera da letto. Per tutto il giorno si rifiutò di uscire. Pensò che suo marito volesse, attraverso quell’accanimento prima e attraverso il sangue poi, comunicarle qualcosa della massima urgenza.

Da ragazzina le avevano insegnato che l’Abisso era un cielo tappezzato di fotografie senza significato. Suo marito era un appassionato di fotografia. Fece due più due. Suo marito doveva essere senza dubbio un messaggero dell’Abisso.

«Suo marito doveva essere senza dubbio
un messaggero dell’Abisso.»

A sera, quando uscì dalla camera da letto, andò dai vicini e chiese loro se sapessero qualcosa a proposito dell’Abisso e dei suoi messaggeri.

I vicini dissero che l’Abisso non aveva più bisogno di messaggeri, essendosi autodichiarato estinto e non manifestando la sua presenza da innumerevoli lune. Però, se proprio era così preoccupata, poteva andare al CIA (Centro Informazioni Abisso) e domandare lì.

Al CIA le dissero che l’Abisso aveva una volta avuto molti messaggeri e che tutti i messaggeri erano fotografi, sì, ma ormai erano anni che l’attività dell’Abisso era cessata. La donna tornò a casa. Suo marito, per questioni di lavoro, non sarebbe tornato prima di due o tre giorni.

La donna invitò a cena un’amica di lunga data e dopo che ebbero mangiato le raccontò i suoi sospetti sul marito. L’amica di lunga data le consigliò di accendere un falò purificatore. Aspettarono le tre del mattino.

Salirono sulla terrazza e diedero fuoco al coniglio della donna. Il coniglio, bruciando, correva di qua e di là. L’amica della donna disse che così, al buio, sembrava una stella cadente che avesse smarrita la via. La donna fu d’accordo.

Rimasero a fissare la carcassa bruciata dell’animale fino all’alba.

foto gabriele galloni

Gabriele Galloni è nato nel 1995 a Roma, dove vive. Le sue raccolte di versi sono: Slittamenti (Alter Ego-Augh! Edizioni 2017, nota introduttiva di Antonio Veneziani), In che luce cadranno (Rplibri 2018). 

racconto irene chias

fantagroupieautofiction ucronica

Un racconto di Irene Chias
Numero di battute: 2490

È chiaro che quello serio fra i quattro è Paul.

Alcune delle sue canzoni sono fra le mie preferite, e forse ci proverei, se non fosse evidente che non mi sopporta, anche perché mi ritiene motivo di distrazione e cazzeggio per la band. Lui è concentratissimo, percorre la strada a testa bassa per raggiungere l’obiettivo, ma spesso deve incazzarsi con gli altri che preferiscono passare le notti a ridere, calarsi in trip fantasmagorici, fare sesso con tipe come me. Gli altri tre sono molto più concilianti. Sono miei alleati, anche se io in cuor mio do ragione a Paul: loro, con o senza me fra i piedi, sono troppo dispersivi e caotici.

John se ne frega, non mi cerca e non chiede di me. Ma quando mi vede mi fa festa, mi offre da fumare, si lascia andare a fantasticherie visionarie. L’altro giorno, esagerando un po’, gli ho detto che considero In My Life la più bella dichiarazione d’amore che sia stata mai scritta. Lui masticando una chewing-gum vecchia, sulla quale aveva fumato e bevuto, mi ha detto: sì, è bella, ma Girl lo è di più. E mentre lo diceva non ero neanche sicura che lo stesse pensando. Ma forse sì, perché proprio di Girl dirà che è stata scritta immaginando Yoko, questa ragazza da sogno che doveva ancora entrare nella sua vita. Forse John sa viaggiare come me. O forse è solo bravo a sognare.

Io mi sono rassegnata a essere un elemento di contorno qui con loro, una delle tante, anche se vorrei essere diversa, almeno per qualcuno. E questo qualcuno non sarà comunque Ringo, che invece ci prova di continuo. Non dico che non sia sexy, è stato anzi quello che più mi ha colpito quando li ho visti tutti e quattro insieme. Ma è davvero un carrarmato ubriaco, un collezionista che perde il conto, non saprebbe raccontare quello che gli è successo ieri, mentre Paul dall’alto guarda e giudica.

«John se ne frega, non mi cerca e non chiede di me.»

Per fortuna che poi c’è lui, tenerezza profumata di ghirlanda e incenso. Se avesse lo stesso metodo di Paul, sarebbe il numero uno. John ha un talento potente e sbandato, e non ha bisogno di sistematicità. Ma George, quello che di musica capisce di più e in musica approssima di meno, sì. Credo di amarlo davvero. E credo che lui ami me. È quell’amore pulito e arioso che non teme paragoni, non ha bisogno di esclusiva, non deve vincere niente e quindi contro niente si deve battere. Non ho neanche bisogno di dirgli che Here Comes the Sun mi scalda il cuore ogni volta che ne sento gli arpeggi iniziali, o che, a chiunque pensasse mentre la scriveva, Something è dedicata a me.

bio irene chias

Irene Chias è nata a Erice (TP). I suoi racconti sono apparsi su «Nuovi Argomenti», su «Granta Italia», sulle pagine siciliane di «la Repubblica», su «Il primo amore» e in diverse antologie. Ha pubblicato i romanzi: Sono ateo e ti amo (Elliot, 2010); Esercizi di sevizia e seduzione (Mondadori, 2013), vincitore del Premio Mondello Opera Italiana e del Premio Mondello Giovani; Non cercare l’uomo capra (Laurana, 2016).