Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: novembre 2018


racconto ivan ruccione

prato fiorito

Un racconto di Ivan Ruccione
Numero di battute: 2431

Torno a casa per pranzo e vorrei che andasse come sempre: sederci al tavolo della cucina e parlarne. Infine scopare e fingere che tutto sia sistemato.
Ieri sera ho litigato con Tina e ho detto «basta, è finita» e sono uscito di casa. È successo mille volte nell’ultimo anno ma questa è stata una litigata senza precedenti in termini di ferocia.

Non so cosa le passi per la testa e non so cosa passi a me. So solo che quando cerchiamo di mettere in ordine il nostro amore, ognuno deve stare attento a dove mette i piedi. Lo scopo della nostra relazione è diventato ripulire un campo minato senza far esplodere le mine.

«Hai litigato con la tua ragazza?»

Ieri sera ho litigato con Tina e per la prima volta in vita mia sono andato da una prostituta. Era bellissima e parlava con dolcezza. O forse non era così bella. Forse era solo dolce e a me bastava. Mentre lo facevamo ho pensato a Tina e allora mi sono staccato e mi sono messo a piangere.
«Scusa» le ho chiesto.
«Hai litigato con la tua ragazza?»
Ha preso un pacchetto di fazzoletti dalla borsetta. «Tieni» ha detto. «Siete tutti così.»
Dopo essermi soffiato il naso ho sfilato il preservativo e mi sono accorto che era rotto.

Entro in casa e appoggio le chiavi sul tavolino, controllo la posta che ha ritirato Tina. Cammino premurandomi di non calpestare piastrelle che nascondono mine.
Mi fermo davanti all’istantanea che ho scattato tempo fa. La bellezza di Tina in quel ritratto supera tutto quello che si può immaginare ed è l’ultima testimonianza della persona che conoscevo.
Mi affaccio alla porta del bagno e saluto Tina che sta asciugandosi i capelli.
Guardo fuori dalla finestra della cucina e penso al momento in cui parleremo.

Sento il ciabattare di Tina, che arriva avvolta in una coperta. Accende il fuoco sotto la pentola, succhiando il labbro inferiore tra i denti. La coperta si apre lungo il ventre e le cosce, dal seno alle ginocchia, lascia vedere la pelle nuda e bianca, e osservo tutto con grande distacco. Chiudo gli occhi e appoggio la fronte al vetro della finestra. Quando li riapro mi sembra di scorgere il vestito di una donna in lontananza, ma è un sacchetto di plastica che corre lungo il marciapiede e si impiglia nella recinzione della casa di fronte.

«Da dove iniziamo?» mi chiede.
Le dico di abbracciarmi. Mi avvolge all’interno della coperta. Mi stringe forte e credo sia sincera. Respiro i suoi capelli, che profumano di camelia. Poi Tina si stacca e torniamo a essere due estranei.

bio ivan ruccione

Ivan Ruccione (1986) è nato e cresciuto a Vigevano. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Nazione Indiana, Grafemi, Altri Animali, Poetarum Silva. Il suo romanzo d’esordio è A fuoco vivo (Miraggi edizioni 2017). Fa il cuoco di professione. Nel tempo libero legge racconti e li scrive – il romanzo è stato per sbaglio.

racconto Hilary Tuscione

la digestione di x

Un racconto di Hilary Tiscione
Numero di battute: 2500

Trema un’impalcatura, cade una vite. X la mangia.

X calpesta la stringa slacciata del suo scarpone, la sfila, ne fa una piccola palla e la mangia.

X attraversa Lehigh Avenue, cammina lungo il fiume Delaware, è a Fishtown, Philadelfia. Solleva un braccio fino a toccare i cavi elettrici che tagliano il cielo come un quadro svedese di tante forme e nessuna geometria. Afferra il cartello più alto di tutti, c’è scritto “Trolley Only”. Dopo due grandi morsi lo tiene spezzato dentro una pancia quadrangolare.

Prende una seggiola di legno da un tavolo vicino Konrad Square e la mangia. Raccoglie da terra un sacchetto e lo mangia. Entra in un bar, chiede un bicchiere, solo un bicchiere, e lo mangia.

X tiene un limone tagliato a metà nel taschino della giacca. Ne spruzza un po’ giù per la gola con la testa all’indietro e tutti i denti all’infuori, poi X ride e rinfila il limone nel taschino.

«X è un grosso uomo rosa di gomma pane.»

Se X ride forte, si muove tutto. L’erba si appiattisce, le biciclette senza catene volano via, certi cappellini di qualche signora sembrano aquiloni; certi aquiloni si dissolvono e qualche bambino piange.

Gli alberi, quelli no, non muovono una foglia.

X raccoglie i mozziconi delle sigarette nel palmo della mano, quando sono tanti apre la bocca e li butta giù senza masticarli.

Si china a bordo di una pozzanghera per sciacquarsi la bocca, si scrolla come farebbe un cane e riprende a camminare.

L’attesa al semaforo rosso gli fa venire fame. Si siede in terra e spacca l’asfalto con un tallone. I pezzi, li lancia in aria con la bocca spalancata, aspetta che scendano e li divora. X mangia un copertone e le gomme secche dei tergicristalli.

X è un grosso uomo rosa di gomma pane.

Entra in un supermercato e svuota una cassetta di mele. La mangia intera. Sopra una lavagnetta legge “offerta 0,99 al kg”, la mastica novantanove volte contandole una per una ad alta voce.

Ruba un palloncino dalla mano di una bimba, lo buca con un canino; ne assaggia solo un pezzo e lo lascia in terra con i colori più scuri, brumosi.

Per arrivare in ufficio sale una scala di tre gradini lunghi dieci minuti ciascuno, nel frattempo X mangia quello che trova: cadaveri di chewing-gum, bottiglie di plastica, lattine.

Nel giorno che X ha chiamato con il suo nome, si è accorto che nella sua stanza non c’è più nulla da mangiare. Neppure le prese elettriche. X scende dal letto, accarezza le foglie della sua pianta senza vaso. Torna seduto sul letto e pensa che a Fishtown c’è ancora tutto da bere.

Hilary Tiscione bio

Hilary Tiscione (1987) è nata a Genova e vive a Milano. Laureata in Lettere e Filosofia all’università Cattolica del Sacro Cuore. Scrive per il Magazine 8 e mezzo. Ha studiato presso la scuola di scrittura di Raul Montanari e si è diplomata al Master in Arti del racconto dell’università Iulm. Attualmente è stagista presso Bompiani. I suoi racconti sono apparsi su Nazione Indiana, Il Primo Amore, minima&moralia e Altri Animali.

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il signor lamborghini

Un racconto di Teresio Asola
Numero di battute: 2419

Cappello in testa, l’ambasciatore malgascio all’Onu Zina camminava per la hall che risuonava del suo vocione: telefonava al professor Sachs o a Ban Ki-moon. Con lui, due dirigenti ministeriali e la direttrice Sviluppo economico al ministero degli Esteri, Eliane R., elegante in uno scialle rosso.

«Andiamo» ordinò Zina allegro, braccio levato in alto. Salimmo sul suv presidenziale tra bandiere e lanterne. Zina, seduto davanti, si voltò e sbottò, con sorriso malgascio: «Teresio, com’è che fai di cognome?».
«Asola.»
«Poco italiano» batté il pugno sulla mano.
«Ma lo è. Italianissimo» dissi nella mia lingua.

«Italianissimo» mi fece il verso con accento sulla “o”, euforico per il Millennium Project, o l’imminenza della festa nazionale. «Teresio, ci vuole altro» disse guardando la strada, davanti. Poi l’imponente sagoma scura si volse ancora e una fila di denti bianchi tuonò con largo sorriso: «Ti posso presentare come “signor Lamborghini”?».

Rise, imitato da Eliane e dai due ministeriali. Sorrisi con una smorfia. Lamborghini: io, che nulla sapevo di auto sportive. Le bugie non mi piacciono. Gli domandai: «Presentarmi?».

«Italianissimo» dissi nella mia lingua.»

«Sì.» Scosse le spalle. «Il presidente del Rotary chiamerà in ordine alfabetico. Alla “l” dirà: “Signor Lamborghini”. Tu ti alzi, applauso, ti risiedi.» Rise sonoramente. Approfittando del buon umore gli chiesi di accompagnarlo allo stadio l’indomani, per la festa dell’Indipendenza; l’ambasciatore richiuse il sorriso: «No. Ma ti porto al palazzo presidenziale, a pranzo». Riapparvero i denti, che risero, e sussultò: «Un Lamborghini a palazzo!».

Al ristorante, Zina mi presentò: «Signor Lamborghini». Stringevo mani e raccoglievo occhiate. Tavolo centrale, fra Eliane e l’ambasciatore all’Ue (J. R.). Al buffet, riso e carne di zebù stufata che si scioglieva in bocca. Tutti mi si affollavano attorno.

Eliane mi disse: «Ci siamo».
«Cosa?»
Rise, Eliane. «Te l’ha spiegato Zina. L’appello.»
«Dunque è il momento che...?»
«Sì» annuì sorridendo.
Risi storto.
Esaurita la “i”, il presidente del Rotary cantò: «Signor Lamborghini». Raccolsi un inaudito applauso.

Due suonatori di valiha attaccarono un motivo, accompagnati da un cantante. L’ambasciatore si lanciò a ballare.
«Guarda come danza leggero» disse Eliane. Indicò il diplomatico che si dimenava in pista e mi trascinò per il gomito a un trenino condotto da Zina. Non avevo mai visto un ambasciatore fare il trenino e divertirsi come un bambino.

 

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Teresio Asola (1960, Alba) vive a Torino dove si è laureato in Lingue nell’84. Trentacinque anni di lavoro anche per multinazionali, ventitré da dirigente, tre figli. Approda alla narrativa dopo essersi cimentato in poesie (Diario in frammenti, Aga, 1987) e traduzioni rimaste nel cassetto. Quattro i romanzi pubblicati: Volevo vedere l’Africa (Araba Fenice, 2010), All’orizzonte cantano le cascate (Araba Fenice, 2013), L’alba dei miracoli (Araba Fenice, 2016), Mùnscià (Il Ciliegio, 2017). 

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il coccodrillo

Un racconto di Valentina Cela
Numero di battute: 2499

Ammazza un mosquito che voleva azzannarle il polpaccio destro. Un liquido giallastro e appiccicaticcio le cola sulla mano. In momenti così Anna vorrebbe essere ancora a casa, a crogiolarsi nella comoda esistenza di miliardaria sessualmente attiva.

Il fiume scorre come la vita; la guida è un indigeno sparuto, un torsolo d’uomo che la sta pagaiando verso la capanna di uno stregone voodoo per accaparrarsi il tesoro di famiglia, nell’oro liquefatto del sole che si scioglie nel canale come un formaggino nel brodo. Tesoro di famiglia, aveva scritto il magnate prima di spirare, sfidando la sua unica, ottusa figlia a sbrogliare un enigma che forse non c’era, stravolgendo le righe conclusive del testamento che le avrebbe assicurato il proseguimento di una vita privilegiata inondata da qualche miliardo in più. Il notaio l’aveva spedita nei recessi dell’Amazzonia a caccia del fantomatico stregone tesoriere che aveva popolato i deliri premorte di suo padre.

“Parto per ritrovare me stessa”: che scusa del cazzo da propinare come scopo del suo viaggio. Anna non si era mai trovata proprio niente dentro di così importante da dover essere ritrovato una volta perso. Lo spessore intellettuale di una sogliola.

«Tesoro di famiglia, aveva scritto
il magnate.»

La vegetazione a misura di pachiderma, che palpita attorno alla barca debordando dalle rive, è un grumo di verdura marcita e viscosa che fa da ostello a una moltitudine di bestiacce sporche, irsute, virulente. D’un tratto, l’Uomo Torsolo strabuzza gli occhietti iniettati di capillari, arresta a mezz’aria il remo strascicandosi dietro un groviglio di alghe miasmatiche, lancia un grido. Quanto basta per spaccare i timpani di Anna, che in uno svolazzo annoiato di capelli biondi si alza e mette a fuoco la scena. L’Uomo Torsolo, rannicchiato dal terrore, sussurra qualcosa nella propria lingua e fa per tirar dritto così veloce da ammaccare il muso di un coccodrillo con una vogata. Anna si friziona nervosamente le braccia con l’antizanzare per impedirsi uno svenimento. Affossata nella panca di legno, fissa sgomenta lo spettacolo che le offre, pochi metri più a sinistra, la riva.

La Morte l’aveva sfiorata appena in vent’anni di vita, e ora tutta di un colpo le si era abbattuta contro. La morte di papi era stata come il trascurabile sketch di riempimento nella trama non più tanto accattivante di una soap. Là, invece, tra le frange melmose del fiume, un uomo vestito di piume con un buco enorme tra i deltoidi schizza sangue contro il fogliame verde sul quale è orribilmente riverso.

racconto-valentina-cela

Valentina Cela (1995) è nata a Foggia e vive a Roma. Si è laureata e studia Filosofia alla Sapienza, ogni tanto recensisce mostre d’arte e per tre volte non ha vinto il premio Campiello Giovani.