Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: aprile 2018


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caterina

Un racconto di Alessandra Piccoli
Numero di battute: 2483

Ricorda solo un bacio tra le scapole, si infila una mano nelle mutande e la annusa.
Non c’è il suo odore, non è successo niente.
Non chiama il suo nome, Caterina.

Cerca le chiavi del suo Pick-up nella tasca sinistra dei jeans, quella senza buco, si gratta il culo, lo stringe sorridendo. Sale in macchina e infila la chiave nel cruscotto, tira giù il finestrino e suda. Vorrebbe essere il cane che attraversa la strada, lento. Rimane fermo finché diventa un puntino nero avvolto dagli arbusti.

Chi non può più parlare sta dietro, nel cassone, sotto al pesante telo antipioggia. C’è puzza di vomito e cibo decomposto che entra dal finestrino, puzza anche lui e l’unica cosa giusta ora è una doccia. Lei scende sempre dicendo ciao amore mio, lasciando le briciole del pane dell’hot dog sul sedile del passeggero dopo avergli infilato in bocca prima la sua lingua mista a una pappetta, e poi il grosso wurstel, perché a lei piace solamente l’idea della carne, quell’odore affumicato che poi le ritorna su, sempre. Si succhia un dito ora, ne aggiunge un altro, vorrebbe provocarsi il vomito, pensa alla sua lingua, al sapore della saliva e del pane predigerito, all’odore di maiale che si infila nelle narici. Annusa le dita bagnate, chiude gli occhi e se li tocca urlando vieni qui che ti bacio gli occhi, cretino!

Guarda il sedile, conta le briciole, lei è seduta con le gambe semiaperte e il vortice d’aria che entra dal suo finestrino alza la tela del vestito a fiori piccoli mentre lui accelera, succede sempre così. La macchina è ferma, gira la chiave, esce del fumo scuro da dietro e parte.

«Non c’è il suo odore, non è successo niente.»

Non ha voglia di ascoltare una canzone, il suo stomaco fa rumore, non si ricorda l’ultima volta che ha mangiato, forse a pranzo il giorno prima, gli gira la testa mentre guida guardando un punto nell’orizzonte che si sta colorando di rosso.

Prima di sistemare chi non può parlare va a casa, lascia la macchina aperta vicino al patio e scende. Gli sembra un luogo estraneo, distante, chiuso da anni, non ne riconosce l’odore. Sul legno grezzo del pavimento davanti alla porta d’entrata ci sono alcune gocce di sangue secco e scuro, probabilmente di qualche animale, pensa. Si china per toccarle e le gratta con l’unghia dell’indice sinistro.

La luce laterale gli scalda una guancia.
Cerca le chiavi di casa e le trova, mentre le infila spinge con la spalla la porta difettosa che scatta.
Il niente lo avvolge e dice: dove sei. Si sfila la maglietta e la cerca nello specchio, tra le scapole.

bio-alessandra-piccoli

Alessandra Piccoli (1970), di Vicenza, ha studiato Psicologia a Padova. È redattrice di Bibbia D’Asfalto, vicepresidente di Spritz Letterario e collaboratrice di Senzaudio. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Diversoinverso (Terra d’Ulivi, 2015) e Tè Verde (Cicorivolta, 2016). Ha scritto racconti, l’ultimo pubblicato su Altri Animali di Racconti Edizioni. Ha partecipato a due serate di 8x8, nel 2014 e nel 2018.

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lucine intermittenti fuori tempo massimo

Un racconto di Sara Maria Serafini
Numero di battute: 2287

Alla fine, non capisco cosa diavolo ci manchi. Laila si lamenta sempre. Quando torniamo, la sera, svuota e conta gli spicci dentro al barattolo di latta che tiene nascosto tra il materasso e la rete. Come se quei fottutissimi soldi fossero miracolosamente aumentati durante la nostra assenza.

«Dài, vieni qui.»
Do un colpetto col palmo sul materasso. Lei si gira solo un attimo, sta annotando la cifra nuova su un pezzettino di carta a quadretti. Ogni sera cancella con una linea il rigo di sopra, scrive data e cifra, poi lo ripiega in quattro parti e chiude il biglietto assieme agli spicci nel barattolo. Si avvicina solo perché vuole rimetterlo al sicuro. Mi dà una spinta sul fianco, per farmi rotolare contro la parete e poter sollevare il nostro materasso inesistente.

«Che nascondiglio, Dio Santo.»
«Ma chi vuoi che lo trovi, l’invisibile signora delle pulizie?»
«Dài, vieni qui.»
Alla fine cede sempre.
Guardo il suo profilo sdraiato accanto al mio. La sua bocca grande le occupa mezza faccia. Certe volte mi fa paura. Sembra capace di divorarmi.

«Sembra capace
di divorarmi.»

Abbiamo attaccato delle lucine colorate lungo quasi tutto il perimetro della stanza. Quelle intermittenti che si attorcigliano attorno agli alberi di Natale. La stanza aveva solo la plafoniera al soffitto e zero lampade. Ma dico io, può esistere una pensione più stronza di una che ha le stanze senza lampade? Comunque. La Signora Liz e suo marito senza nome sono stati così gentili da rimediarci le lucette. Laila mi ripete sempre che devo essere “più gentile”, così adesso infilo questa parola un po’ ovunque per farle piacere.

Il Knuckleheads ci canta una ninna nanna ipnotica dal basso. Le note stridule di qualche chitarra si mischiano alle zaffate calde dell’aria umida di fine giornata. So che se mi affaccio alla finestra vedrò il calore risalire dall’asfalto, come l’alito di un fantasma.

«Mi tocchi?»
Le lucette fanno cambiare colore alla sua faccia. Continuamente. Quando la vedo diventare verde mi dice di no, che non le va.
Mi giro dall’altra parte, anche se nel patto del letto c’è che non si dorme di pancia e non si dorme di schiena, da sempre. Si dorme solo a cucchiaio o fiato contro fiato. Allora anche Laila si gira contro di me e mi abbraccia da dietro. Io sorrido un poco, senza farmi vedere. Non vince sempre lei.

 

serafini biografia racconto

Sara Maria Serafini nasce a Milano nel 1984. Laureata in Ingegneria e dottore di ricerca in Urbanistica presso l’università della Calabria, svolge la libera professione. Ha vinto alcuni concorsi di scrittura, due dei quali promossi dalla Scuola Holden. Ha pubblicato le raccolte di racconti Solfeggio in abbandono (Arpeggio Libero, 2014) e Ingoia la notte (Arpeggio Libero, 2015). Il suo primo romanzo, L’amore che devi, è in uscita per Feltrinelli nella collana digitale Zoom Filtri.

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questa è la volta buona

Un racconto di Massimiliano Piccolo
Numero di battute: 2476

In giro per la valle dicono che ho il cervello fottuto. E sussurrano del mio vizietto. C’è chi fuma paglie, addirittura elettroniche, chi beve bianco a colazione, chi pippa come un folle e chi va a farsi palpare nei centri massaggi.

A me, invece, piace giocare alle slot del bar American di Vittorio. Lui è uno in gamba. Viene da fuori e sa il fatto suo. È cinese, alto e ha anche una certa cultura. Va addirittura all’università quando non gli tocca stare dietro al bancone.

Io ci vado appena posso.
Ogni attimo è sprecato quando ci si potrebbe arricchire o saldare i debiti. Lavoro come giardiniere e invoco la tempesta per infilarmi all’American
e restarci per ore in attesa di uscirne vincitore.

«Ogni attimo è sprecato quando ci si potrebbe arricchire.»

Mi capita di vedere facce che mi scrutano, soprattutto gli anziani che qui, come ovunque, sono veri tritacoglioni. Va’ a laurà! urlano i vecchi quando mi fissano per minuti che paiono ore. Ribatto che non è un cantiere e di marcire altrove. Loro mi guardano male e si lamentano con il Signore che mi ha fatto tanto maleducato. Spesso la buttano sui sensi di colpa dicendo che la mamma è tanto brava e che non si merita un figlio così. Ma io continuo a giocare sapendo che si merita un figlio vincente.

Quando sta chiudendo, Vittorio estrae un quadernino dove segna i più, i meno e numeri. Per ora sono soltanto i meno, ma le cose stanno cambiando. Dice che non ci sono più bufale in circolazione. E io ci credo, cazzo se ci credo. Poi studia ingegneria, quindi ne capisce di ’ste cose. Mica è gnucco come la maggior parte dei paesani. Gente che fatica, per carità. Ma il limite mentale è evidente. Non capiscono che bisogna osare. Non si può guadagnare soltanto muovendo le mani. L’astuzia deve trionfare. Ecco perché continuo a giocare, inseguendo la perfezione.

La crisi nera è il lunedì, quando l’American chiude. Nonostante siano cinesi e si dice che lavorino sempre. Ho anche venduto la Clio per rientrare nelle spese e non posso fare chilometri per andare a giocare. Ci ho provato con la bici di mia madre ma è sembrata una tappa della Vuelta. Poi non voglio tradire la fiducia di Vittorio. Ogni volta che entro mi offre il cicchetto fortunato, come lo chiama lui, e io mi commuovo.

Così ci torno ogni giorno e passo il tempo. Ci metto piede non appena smonto e lui mi offre un quarto di rosso dandomi il benvenuto con l’appellativo “gran lavoratore”. Io lo ringrazio, bevo in un solo sorso e mi metto all’opera. “Questa è la volta buona” mi dico ogni benedettissima volta.

piccolo massimiliano

Massimiliano Piccolo (1982) vive in Valtravaglia, a pochi passi dal lago Maggiore. Lavora nel sociale, vaga per boschi e ama viaggiare. Ha pubblicato due raccolte
di poesie e sta per pubblicarne una terza, con Italic Pequod. Scrive articoli, racconti
e ha almeno tre o quattro romanzi che gli gironzolano per la testa.

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dream team

Un racconto di Claudia Farini 
Numero di battute: 2422

Tra i miei ricordi d’infanzia uno, chissà perché, è più vivido di tutti.
Sono nella palestra della scuola, una mattina di vent’anni fa.

Filippo Giusti è l’essere umano meno agile che io abbia mai visto muoversi. E poi ruba.
Quando lo chiamo, si sfila gli occhiali e li consegna alla maestra. Non sorride, non storce la bocca, non è stupito. “Il Sorcio”, così sarà noto da grande in paese, ha nove anni ma ha già capito, come me.

La maestra Mara, invece, è turbata: che sto facendo? Perché farci massacrare tutti così, a mani basse?
Grandi tette ma scarsa immaginazione, la maestra.
Alla sua destra la squadra di Giulio Russo, a sinistra la mia, davanti quelli che devono ancora essere scelti.

Silvia Trulli, slanciata, graziosa, sveglia, mi guarda tra il perplesso e l’annoiato: oggi gli ultimi saranno pure i primi, ma da domani lei riprenderà a mandare indietro i non ti scordar di me che le colgo in cortile, e io a piangere nel bagno.

«Ma oggi è il giorno del riscatto.»

Non fa niente: il suo nome non lo dico. Sono deciso.
Al suo posto prendo Tiberi che trotterella verso di me con i rotoli in subbuglio, eccitata dal suono del suo nome.

Me li guardo, i miei compagni. Non sono tutti amici miei; qualcuno, anzi, non lo posso proprio soffrire. Ma i fenomeni della mia classe non mi sceglierebbero mai, perché io dovrei scegliere loro?

Se la maestra mi ha fatto caposquadra per vedermi vincere una partita di pallavolo che è una, ok, me lo vedrà fare a modo mio.
O più probabilmente mi vedrà perdere ancora, non importa.
I miei compagni guardano me, incerti, un po’ spaesati. Vanni ho paura che stia per pisciarsi addosso anche oggi.
Quasi tutti, però, provano a sorridere e Francesco mi prende sotto braccio.

Ci sono ancora quattro bambini davanti alle file delle due squadre, ad aspettare. Tra di loro una che forse è troppo addirittura per me, perché si lagna e piange, piange…
E poi è lenta. Russo, lo so, non ci pensa nemmeno a chiamarla.
Ma oggi è il giorno del riscatto!
La osservo, sta a me scegliere. La vedo arrossire sotto le luci della palestra che piovono sul biondo platino dei suoi capelli. Si direbbe che sia pietrificata. Mi fa tenerezza.

Siamo abbastanza lontani, ma mi sembra di percepire il suo sguardo scivolare lento da un lato all’altro. Lo faccio: «Sara Santucci!». Grido il suo nome e pure il cognome.
Lei spalanca la bocca, ci scruta stordita uno per uno, l’intera squadra. Poi si volta verso la maestra e arriva il primo singhiozzo. Sta piangendo.

claudia farini bio

Claudia Farini (1984) è nata nei Castelli Romani, dove vive con uno splendido pesce rosso. Ha studiato Storia dell’arte e per tutta la sua vita ha letto, letto e ancora letto. Da un po’ scrive. Ha collaborato con la rivista Flanerí, ha partecipato al concorso letterario 8x8, in autunno un suo racconto sarà pubblicato da L’inquieto.