Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: gennaio 2018


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de roma

Alessandro De Roma (1970) è nato in Sardegna. Dopo la laurea in Filosofia politica, ha trascorso alcuni anni a Londra, a Sanremo e a Nizza. Attualmente vive e insegna (filosofia e storia) vicino a Sassari.

Ha pubblicato i romanzi: Vita e morte di Ludovico Lauter (Il Maestrale, 2007; Premio Dessì e Premio Vigevano Opera Prima), La fine dei giorni (Il Maestrale, 2008), Il primo passo nel bosco (Il Maestrale, 2010), Quando tutto tace (Bompiani, 2011), La mia maledizione (Einaudi, 2014). Un suo racconto è presente nell’antologia Sei per la Sardegna (Einaudi, 2014). 

I suoi libri sono tradotti in Francia dall’editore Gallimard. 

Il suo nuovo romanzo uscirà nel corso del 2020 per Einaudi.

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il quinto giorno

Un racconto di Giulio Pedani
Numero di battute: 2488

Il quinto giorno trovarono la spiaggia più bella. Dopo l’arrivo, e il sesso a sciogliere la tensione del volo, e il riposo, il noleggio, le assicurazioni, senza farsi fregare, certo, e il disorientamento, e i primi bagni dove capita, e due ottime taverne, il quinto giorno lavò finalmente via le scorie della vita di città, come l’acquazzone fa con le polveri sottili. Il quinto giorno la vacanza è nel vivo ma non al punto da far fiorire le prime angosce su come sarà ritornare; l’isola greca appare misteriosa eppure già familiare; la dopamina segue come uno scudiero la curva ancora crescente dell’abbronzatura.

La lingua di sabbia spuntava in fondo a una gola ripidissima. La strada era praticabile in auto, ma nessuno si azzardava per paura degli strapiombi o di trovarsi sperduti laggiù in caso di incidente o foratura. La spiaggia era deserta e sembrava esserlo da sempre. La strada scendeva dal monte contorcendosi in tornanti di fortuna. Sui greti spuntavano dalla vegetazione bassa enormi agave con il fusto centrale alto e diritto come un albero avaro stagliato contro l’esplosione azzurra del mare.

«La lingua di sabbia spuntava in fondo a
una gola ripidissima.»

Scendendo lui si sentì ricrescere fra le mani la loro storia (dove stava il male, allora: nell’uniformità ottenebrante della vita, o nella patetica euforia ricreativa del viaggio?). Lasciarono l’auto in una rientranza e decisero di scendere a piedi i tre chilometri che li separavano dalla spiaggia. Si spogliarono correndo sulla sabbia un attimo prima di tuffarsi. Si dissero che quello era certamente un luogo prediletto dalle tartarughe marine per deporre le uova. Fecero l’amore sull’unico scoglio liscio vicino alla riva, poi guardarono la palla di fuoco da gialla farsi arancio, rossa, rosa, infine scomparire inghiottita dall’acqua, spargendo ovunque chiazze viola.

La dopamina aggiunse un desiderio di endorfine, così le disse di aspettarlo lì e partì correndo per risalire la montagna, riprendere l’auto e tornare da lei. Saliva leggero, coperto di sudore e di una felicità per una volta priva di recinti. Sul penultimo tornante il cuore gli esplose in petto lasciandolo strozzato a terra, un rivolo di bava bianca dalla bocca, mentre la falce di luna lo osservava da sopra il monte, e del mare si cominciava a sentire solo lo sciabordio. Lei era ancora accucciata sulla sabbia. Guardava verso l’orizzonte con una maglia nera sotto i capelli dorati ormai asciutti. Le onde sembravano avere leggermente accentuato il loro rumore. Evitò a lungo di rimettersi in cammino.

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Giulio Pedani è nato a Siena nel 1981. Scrive recensioni satiriche su film che non ama per la rivista cinematografica online TheMacGuffin. Suoi racconti sono usciti su Fútbologia e Toscana Ovunque Bella. Il suo racconto Passami Il Granchio è stato pubblicato nella raccolta Odi – quindici declinazioni di un sentimento (Effequ, 2017). Il suo racconto Respirano ha vinto il premio Petrarca.fiv organizzato dalla rivista Con.tempo e dal comune di Figline Valdarno.

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quando smetterà di piovere?

Un racconto di Fabio De Masi
Numero di battute: 2483

Oggi non ha smesso di piovere un attimo. Mia moglie continuava a chiedermelo, Quando smetterà di piovere? ma io non avevo risposte.
A volte batteva sui vetri facendo un sacco di rumore. Altre volte diventava così fine da non sentirsi.
Abbiamo un sacco di cose da fare! diceva.
Le faremo domani, le dicevo. Avevamo sempre un sacco di cose da fare.
Ogni tanto il bambino si metteva a piangere nella culla. Lei lo andava a prendere, lo attaccava al seno, e si calmava un po’.
Sente il tempo, diceva dalla stanza.

Poi ho sentito un tonfo. Vado in camera, e lei era lì, immersa in una penombra surreale, seduta sul letto che cullava il bambino con movimenti decisi.
Non è successo nulla, diceva e intanto scuoteva le braccia.
Cos’è stato quel rumore? le ho chiesto mentre accendevo la luce.
Nulla. Spegni che lo disturbi.

Mi sono avvicinato al bambino, e ho visto che in testa aveva una macchia più rossa e gonfia.
Ti è caduto?
L’ho preso subito. Mi è scivolato mentre lo toglievo dalla culla.
Fammi vedere, le ho detto, ma lei lo nascondeva tra le braccia.
Non fare la stronza, fammi vedere!

«Perché
non piange?»

In effetti era un po’ gonfio. Andiamo al pronto soccorso, le ho detto.
No! Non voglio farlo uscire con questo tempo. Guarda come piove.
Non me ne frega un cazzo! Andiamo al pronto soccorso! ho detto.
Aspettiamo un attimo dài, aspettiamo. Intanto vai a bagnare un asciugamano con dell’acqua fresca così fai qualcosa di utile.
Non aspetto un cazzo, chiaro?
Ma non è niente ti dico! Perché non mi ascolti mai? Sono sua madre.

A quel punto mi sono reso conto che il bambino non piangeva.
Perché non piange? le ho chiesto.
Riposa; dormiva. Piove ancora? Puoi guardare, per favore.
Non so perché, ma sono andato alla finestra a guardare, speranzoso. Piove ancora! Dài andiamo.

Mi sono girato e lei non era più lì. Ho attraversato la stanza, e dal corridoio l’ho vista nel bagno che metteva la testa del bambino sotto l’acqua del lavandino.
Ma Cristo! Cosa fai? Con l’acqua fredda!
Ho chiuso il rubinetto, ho preso un asciugamano e gli ho tamponato la testa.

A quel punto il bambino ha aperto gli occhi, come se nulla fosse accaduto.
Hai visto? Non si è accorto di niente. È tutta colpa di ’sta pioggia brutta e cattiva, gli diceva.
Già, ho pensato.
Dobbiamo portarlo comunque all’ospedale, le ho detto, È meglio farlo controllare.
Appena smette.
E se non dovesse smettere? Se questo fosse un nuovo diluvio universale del cazzo? Lo faresti morire così? Chiuso in casa? Appena smette, ti ho detto! Appena smette. Smetterà prima o poi, no?

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Fabio De Masi (1980) vive e lavora a Torino. Nel 2013 ha frequentato una palestra di scrittura presso la Scuola Holden. Nel 2014 ha pubblicato un racconto nell’antologia In giro per l’Italia in Vespa (Giulio Perrone). Nel 2015, con una raccolta di racconti, è tra i finalisti di un concorso organizzato da Il Circolo dei Lettori di Torino. Continua a lavorare sui racconti, mentre scrive qualche poesia.

slawka
g. scarso

Slawka G. Scarso (1977) è nata a Roma. Di madre anglo-polacca e padre italiano, è laureata in Economia e si occupa di comunicazione enogastronomica come consulente, traduttrice e come docente. 

 

È autrice dei saggi narrativi Il vino a Roma (Castelvecchi 2010) e Il vino in Italia (Castelvecchi, 2011), e dei manuali Marketing del Gusto (LSWR, 2015), Marketing del vino (LSWR, 2017), Marketing dei prodotti enogastronomici all’estero (LSWR, 2017). 

 

Ha pubblicato racconti su «Cadillac», «Mslexia» ed «Ellipsis Zine» (Regno Unito), «Flash Frontier» (Nuova Zelanda). La sua raccolta Mani buone per impastare è uscita in ebook (Blonk, 2016). Con Difusión – Casa delle Lingue, ha pubblicato tre storie brevi per la collana di letture graduate Giallo all’Italiana.

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anatomia di un racconto breve
sulla vita coniugale

Un racconto di Michelangelo Franchini
Numero di battute: 2447

Inizio in medias res. Pensieri della protagonista, stato d’animo della protagonista. Descrizione dell’ambiente cui si allaccia un piccolo flashback. Quotidiane azioni della protagonista foriere di un’agitazione inconfessata. Frase secca, perentoria, che esemplifica la problematica principale del racconto, nonché la causa (intuiamo) dello stato d’animo alterato della protagonista del racconto. Descrizione dell’ambiente. Descrizione della reazione emotiva della protagonista alla staticità dell’ambiente, resa da frasi brevi, paratassi, ellissi verbale. Breve flashback, confronto col passato, allusione al momento della fine dell’entusiasmo. Introduzione della figura comprimaria.

Nuova descrizione dell’ambiente, esplosione emotiva della protagonista: descrizione di un’azione sconsiderata. Rimorso della protagonista, paura delle conseguenze del proprio gesto, allusione al comprimario.

«Descrizione
della protagonista.»

Manifestazione vocale, poi fisica del comprimario. Tentativo della protagonista di scusarsi. Reazione emotiva sottotono, inquietante, del comprimario. Azione del comprimario che sancisce chiusura del canale di comunicazione. Descrizione della sua indifferenza. Conseguente rabbia della protagonista. Tentativo di forzare la comunicazione. Descrizione della reazione violenta del comprimario – a questo punto forse antagonista. Scuse della protagonista. Scena di violenza. Descrizione delle reazioni alla scena di violenza, gli stati emotivi: astioso-indifferente l’antagonista, rabbioso-disperato la protagonista.

Descrizione di un’azione di quotidiana banalità dell’antagonista, sottesa allusione al suo tentativo di accelerare il processo di ritorno alla normalità. Descrizione della protagonista. Frase della protagonista, insulto personale alle capacità amatorie dell’antagonista. Descrizione della reazione di disprezzo dell’antagonista, della sua rabbia crescente.

Scena di stupro coniugale resa attraverso perifrasi. Descrizione dell’atmosfera di calma apparente. Allusione a un ritorno alla normalità. Descrizione delle azioni dell’antagonista che rivelano la consapevolezza della colpa. Descrizione dell’indifferenza vendicativa della protagonista, che impedisce ogni risoluzione, con conseguente astio dell’antagonista. Descrizione di un amplesso mediocre, incompiuto, incompleto. Descrizione dell’ambiente, del tempo, allusione alla reiterazione delle dinamiche sopra rappresentate. Rimandi a ciò che è già avvenuto, e a ciò che avverrà ancora

franchini-michelangelo

Michelangelo Franchini (1995) è cofondatore del collettivo Yawp – giornale di letterature e filosofie, e curatore dell’antologia poetica collettiva L’urlo barbarico (Le Mezzelane, 2017). Ha pubblicato su Il Varco, collabora con Flanerì e Altri Animali. Sa che non è molto per ora, ma state allerta: vedrete che vi sorprenderà.

RACCONTO-VIZPARA-PIETRO

dove hai messo la testa

Un racconto di Pietro Vizpara 
Numero di battute: 2490

Come quella volta che Miriam, mia figlia, era andata a scuola senza zaino e nessuno se n’era accorto finché non era arrivata in classe e la maestra l’aveva spedita in presidenza a chiamare mia moglie per dirle di portare lo zaino.

Ma mia moglie era già in ufficio, con il capo che le dava la sua solita strigliata mattutina su come redigere un bilancio, così mezz’ora dopo mia figlia ha chiamato me, che in quel momento stavo trafficando con un prosciutto che non mi riusciva di tagliare, l’avevo detto che non me la sentivo di andare nel reparto gastronomia io che avevo passato gli ultimi dieci anni della mia vita in cassa, però questo è un piccolo supermercato, mi era stato detto, devi saper far tutto e anche se non lo sai fare devi imparare in fretta, chiaro?

Non avevo dubbi, dovevo accettare, mia moglie era in maternità, i risparmi erano finiti, serviva un lavoro, qualunque lavoro, altrimenti avrei dovuto cominciare a rubare nei supermercati – proprio ciò a cui stavo pensando quando ho visto il sangue sporcarmi il grembiule e qualche goccia finire sul tagliere e i clienti voltarsi inorriditi verso Fabio che in quel momento stava riponendo negli scaffali del banco frigo gli yogurt e che quando ha visto quello che stava succedendo è corso da me.

Vai subito a medicarti e inventati una scusa per andare a casa, mi ha detto, la scusa ce l’avevo bella e pronta sul cellulare, mia figlia aveva bisogno dello zaino e io dovevo andare a casa, scusatemi, lo dite voi al capo, vero?

«Devo lasciare questo zaino per mia figlia.»

Andavo così di fretta che non mi sono accorto di avere i polsini della camicia imbrattati di sangue, la gente si scansava per farmi passare, pensavo lo facessero per la mia faccia spaventata, mi piaceva l’idea di essere compatito, che qualcuno potesse dire guarda quello, chissà cosa gli sarà successo per avere il terrore stampato in faccia.

Sono arrivato davanti a scuola che per poco non mettevo sotto un podista sovrappeso che correva con gli occhi puntati sullo schermo dell’orologio, ho tirato un pugno al volante e nel farlo mi s’è riaperta la ferita, ho preso lo zaino e quando mi sono presentato in segreteria non mi hanno fatto entrare, attraverso un vetro mi hanno detto di attendere e così ho fatto.

Devo lasciare questo zaino per mia figlia, ho cominciato a sbraitare, chinandomi verso il vetro. Poi a un certo punto mi sono sentito tirare per un braccio, era mia figlia. Dove hai messo la testa, papà? Questo è il tuo zaino, il mio me l’ha portato mamma dieci minuti fa, non lo sapevi?

BIO-PIETRO-VIZPARA

Pietro Vizpara (1978) è nato a La Spezia, dove vive e lavora. Alcuni suoi racconti sono apparsi su riviste (FaM, Ellittico, Il Colophon, Squadernauti) e su antologie (I nostri ponti hanno un’anima, voi no, Fazi Editore, 2007).