Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: dicembre 2017


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come panni appesi

Un racconto di Barbara Bedin
Numero di battute: 2500

L’insegna dell’albergo Luna era spenta.
Veniva accesa solo quando partiva la stagione, quando il paese cambiava aspetto trasformandosi da buco di provincia in rinomata località termale; quando turisti attempati in bermuda e calzini bianchi di spugna a mezza gamba, invadevano gli alberghi di Montegrotto Terme.

La pozza si trovava nell’incavo della curva, a trecento metri dal passaggio a livello, non era visibile dalla strada. Sulla rete di recinzione c’era un buco, l’avevano allargato la penultima volta, dopo il quinto strappo sul giaccone del Cardi che, a fatica, avrebbero giustificato ai suoi. Portavano uno zaino impermeabile, all’interno mettevano due borse dell’acqua calda per impedire ai vestiti di trasformarsi in cartapesta.

Faceva un freddo cane. Nella pozza, entravano con addosso solo la biancheria intima, una felpa appoggiata sulle spalle che sfilavano prima di immergersi nell’acqua bollente. Il Mechi prendeva la bottiglia di Caberné acquistata al discount, ché l’arte del risparmio inizia dall’alfabeto, la versava nei bicchieri di plastica e li passava al Cardi e alla Sole. Dentro quella pozza termale calda si sentivano belli, stravaganti, giovani; il vino li assolveva dall’essere adolescenti difficili.

«Dentro quella pozza termale calda si sentivano belli, stravaganti, giovani.»

Il Mechi usciva per primo e allungava gli asciugamani a tutti. Si cambiavano in fretta, la canottiera e il maglione infilati dai piedi, salivano piano lungo le gambe, sembravano bozzoli di bachi da seta. Una volta vestiti strizzavano bene la biancheria intima e la tenevano in mano gocciolante, lungo la strada del ritorno.

Con il vino nelle vene e la nebbia tutto intorno, attraversavano la rete sentendo il metallo impigliarsi nei capelli. Pensavano a quanti ne avevano persi, attaccati a quella recinzione difettosa, abbandonando tra le maglie della rete, i nodi che stringevano. Camminavano veloci, con il cappuccio delle felpe sulla testa e nella pancia una fame boia.

Quando li vedeva arrivare, il tipo del Furgone dei panini metteva le salsicce a scaldare sulla griglia. Un panino per Sole, tre ciascuno per Mechi e Cardi, perché dentro gli uomini alti è più difficile riempire i vuoti. Si sedevano sulle panche di legno umide, mangiando in silenzio e guardando i panni appoggiati alla corda tesa davanti la stufetta elettrica sotto il tendone. Pensavano a quante volte li avrebbero dovuti sfregare con il sapone per togliere l’odore acre della cipolla e a quante volte, nei loro pochi anni, si erano sentiti così: appesi a gocciolare sopra una griglia infuocata.

bio-barbara-bedin

Barbara Bedin nasce sui Colli Euganei nel 1969. Dopo aver cambiato molte città, vive in pianura con la sua famiglia, due pesci rossi e un cane. Suoi racconti sono usciti su Abbiamo Le Prove, Cadillac Magazine, Grafemi e inutile. Ha vinto l’edizione del 2017 del Concorso Letterario # 23Aprile Golden Book Hotel. La sua pagina Fb è Tutto questo per dire.

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il funerale

Un racconto di Andrea Brancolini
Numero di battute: 2454

Appena rientrata in casa va alla scarpiera, si siede sullo sgabello e si toglie le scarpe nere in vitello, si infila le pantofole, quindi prende il tendiscarpe in legno di faggio lì sopra, lo inserisce nelle scarpe e sospira. Le spolvera con una spazzola, gli dedica un ultimo sguardo e le mette a posto. Nello scomparto sotto ci sono quelle di Remo. E la sua voce che dice: «Ma perché ti compri ’ste cose? Son da vecchia». E lei: «Oh Remo, sono vecchia. Sei vecchio anche tu». Ma quante scarpe aveva fatto, suo marito.

Poi era arrivato loro figlio: «Bisogna specializzarsi» aveva detto. Remo aveva trasmesso la passione per le cose belle e ben fatte, ma non per l’oggetto finito, per la scarpa. «Bisogna fare come un artigiano ma pensare come un’industria, babbo», e così avevano venduto il negozio, preso un mutuo e messo su la Vanni e figli SRL. Remo all’inizio faceva da supervisore, poi aveva reso il garage un laboratorio per continuare a lavoricchiare. L’azienda è cresciuta e ora, a detta di Mario, è fra i leader del settore grazie a prodotti innovativi, cromati o metallizzati. Trecce, lacci, stringhe, bordi, profili, e poi oro, argento, alluminio, da impazzirci.

Accende la televisione e si toglie l’apparecchio acustico: dopo tutte le parole del pomeriggio adesso può sopportare solo un brusio. Dopo cena leggerà qualcosa mentre Remo, il Biondo, Pelo e Ruga discuteranno come al solito per canasta e il calcio. Prende dal frigo il pentolino con la pasta e fagioli del giorno prima e la mette a scaldare sul fornello più piccolo. Si gira e sullo schermo vede scarpe: una pubblicità. Si appoggia un attimo al tavolo.

«Oh Remo, sono vecchia. Sei vecchio anche tu.»

La pasta neppure tiepida; va alla porta del garage, l’apre. È tutto buio, ma vede un’ombra seduta sulla sua sedia. «Qui sto bene» le dice. «Non hai debiti» gli risponde, «non li hai mai avuti. Tra poco è pronto».

Torna in cucina, apparecchia il tavolo. Dal pentolino sale fumo, spegne il fornello e si serve. Si concede mezzo bicchiere di vino, stasera. Dopo cena torna alla scarpiera, tira fuori le scarpe e le cosparge di cera, appena un velo. Anche l’esterno del tacco e della suola. Poi le porta in cucina, le lascia di fianco alla poltrona. «Devono assorbire la cera» le ripete un’ultima volta la voce, «bisogna avere pazienza.» Prende il libro, Maigret e il fantasma, si siede sulla poltrona e lo apre.

Poggia una mano sulle pagine, chiude gli occhi e dice: «Non. Non arrabbiarti troppo stasera. La pressione, la pressione».

bio-andrea-brancolini

Andrea Brancolini (1978) è nato a Pistoia. Ha fatto parte delle riviste Bombasicilia (2004-2007) e Lankelot (2006-2016). Ora in Lankenauta (erede si spera degno di Lankelot). Suoi testi compaiono sporadicamente qua e là.

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maria cometa

Un racconto di Angelo Siciliano
Numero di battute: 2445

Maria Cometa, in abito giallo, si ritrova seduta in una piccola barca di legno, dentro la spiaggia, non si volta verso il rumore del mare, forse il mare l’ha portata lì, lei non è sicura, vigilia d’ottobre, sera.

I lustrini sull’abito incontrano una qualche luce, Maria Cometa è sparsa di chiarore, sembra emettere uno scintillio vaporoso, resistente. Tutt’attorno s’ammassa il buio, lei continua a restare immobile, bisbiglia cose frenetiche. Si direbbe intontita, come chi si risveglia davanti a una situazione radicalmente inaspettata.

Non c’è luna, Maria Cometa ha ormai stabilito che sia quest’approdo, sia questo periodo dell’anno, è per un errore. Poi sente il rumore del mare rompersi dietro di sé. Dura molto poco. Su un fianco e l’altro della barca compaiono tre figure. Tre uomini. Inzuppati, ciascuno con un fagotto legato alla schiena. A Maria Cometa viene da pensare che devono anche aver camminato sotto l’acqua, spesso succede.

Pur sfiniti, ora gli uomini non si lasciano cadere. Il buio li mostra attenuati. La loro presenza lì accanto, dritti, la loro persistenza, non spaventa Maria Cometa, non la stupisce. Solo osserva: sono meno scuri di me. E i tre vedono che lei è una giovane donna nera in abito giallo.

«È una giovane donna nera in abito giallo.»

Stanno posizionati ai bordi di quel suo brillare fioco e durevole. Finora non hanno pronunciato una parola. E nemmeno Maria Cometa da quando sono arrivati. Ma lei è consapevole che s’aspettano un cenno su come proseguire. D’altronde si trovano in quel posto e in quel momento perché hanno viaggiato – hanno sconfinato – con gli occhi aggrappati al suo tragitto anche quando camminavano sotto il mare.

Sì, queste cose Maria Cometa le sa, le “sente”, e tuttavia non riesce a ricordare il percorso che sorprendentemente l’ha fermata sulla spiaggia. Non ricorda soprattutto il motivo profondo per cui lei si è messa in viaggio: non c’entra solo il fatto di dare una via a quegli uomini. In conclusione, Maria Cometa non ha idea di che luogo è quello e cosa suggerire ai tre. Per di più è quasi certa che la sua lingua sia del tutto diversa dalla loro.

Intanto gli uomini hanno cacciato dai fagotti varie specie di esili doni, forse per verificarne lo stato. Più tardi Maria Cometa scende dalla barca, strappa dall’abito uno per uno tutti i lustrini. Quindi, nel buio ancora duro, lei e gli uomini vanno, insieme, riprendono un cammino. Alle loro spalle quei punti luce sparpagliati sulla sabbia, come un sonno di braci.

angelo-siciliano

Angelo Siciliano (1977) vive in provincia di Reggio Calabria, realizza laboratori teatrali nelle scuole e in vari spazi d'aggregazione giovanile, organizza attività culturali. Un suo racconto è stato pubblicato all'interno di Concepts Arte (Arpanet). È giornalista pubblicista.